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“Fuga in Europa. La giovane Africa verso il vecchio continente”: un libro di Stephen Smith

 

“L’Unione Europea ha oggi 510 milioni di abitanti che invecchiano; l’Africa 1,25 miliardi, di cui il 40% ha meno di quindici anni. Nel 2050, ci saranno 450 milioni di europei contro 2,5 miliardi di africani. Entro il 2100, tre persone su quattro del mondo nasceranno a sud del Sahara. L’Africa “emerge” e, uscendo dall’assoluta povertà, si mette in marcia. All’inizio, lo sviluppo sradica: offre a più persone i mezzi per andarsene. Se gli africani seguiranno l’esempio di altre parti del mondo in via di sviluppo, tra trent’anni l’Europa avrà tra 150 e 200 milioni di afro-europei, rispetto ai 9 milioni di oggi. Una pressione migratoria di questa portata sottoporrà l’Europa a una prova senza precedenti, col rischio di consumare la spaccatura tra le élite cosmopolite e i populisti nativisti. Lo stato sociale senza frontiere è un’illusione rovinosa; ma fare del Mediterraneo il fossato di una “Fortezza Europa” – erigendo intorno al continente della ricchezza e della sicurezza sociale dei muri per arginare il flusso – corromperebbe i valori europei.”

Descrizione

Titolo:Fuga in Europa. La giovane Africa verso il vecchio continente
Autore: Stephen Smith
Editore:Einaudi
Data uscita:11/09/2018
Pagine:XXVII-164
Prezzo:€ 20,00
EAN:9788806239091

 

 

La migrazione inevitabile
colloquio con Alex Zanotelli e Stephen Smith

Entrambi hanno vissuto in Africa. Entrambi sono da poco usciti con libri, molto schietti, sul tema della migrazione. Non sono d’accordo su tutto, Alex Zanotelli, sacerdote, a lungo missionario in Sudan e Kenya, ora rientrato in Italia, nel rione Sanità a Napoli, e Stephen Smith, americano, docente alla Duke University, un passato da giornalista corrispondente dall’Africa. Il primo ha scritto Prima che gridino le pietre (Chiarelettere), un manifesto contro il «nuovo razzismo» e l’attuale politica italiana, ma anche europea, sui migranti, fino a legittimare la disobbedienza civile. Il secondo è autore di Fuga in Europa (Einaudi), citato — non senza scatenare polemiche — pure dal presidente francese Emmanuel Macron: un saggio, basato soprattutto sulla demografia, che prevede un inevitabile ed enorme aumento delle partenze, da qui a trent’anni, dalla giovane Africa verso la vecchia Europa.
Già nel 2016, scrive Smith (che nel libro sceglie di non distinguere tra migranti legali e illegali, economici e richiedenti asilo), il 42% degli africani tra 15 e 24 anni si diceva intenzionato a lasciare il continente (dati Gallup). E questa percentuale è destinata a salire. Un punto su cui anche Zanotelli è d’accordo: «Siamo solo all’inizio, l’Europa deve prepararsi».

STEPHEN SMITH — Siamo soliti pensare che a spostarsi siano i poveri, ma se l’Africa continuerà il suo sviluppo economico, la migrazione sarà molto più forte nei prossimi trent’anni. Negli ultimi dieci gli africani arrivati in Europa sono stati in media 200 mila l’anno: non voglio suscitare ansia, ma è un livello che sarà superato. Al momento in Africa solo in pochissimi hanno i mezzi per mettersi in viaggio: è la classe media emergente, persone che hanno 2-3 mila euro per partire, i più dinamici, i pionieri. Oggi la middle class africana è costituita da circa 150 milioni di persone su un totale di 1,3 miliardi. Una proporzione piccola, ma da qui al 2050 la classe media si moltiplicherà per quattro, vorrà partire: ci sarà una migrazione senza precedenti. L’Europa dovrà dunque essere pronta per qualcosa che è prevedibile, ma che ha bisogno di essere discusso nella società e nella politica, così che non sia sorprendente e si possa trovare una soluzione condivisa tra Africa ed Europa.

ALEX ZANOTELLI — A migrare, oltre alla classe media, sono anche i poveri. Dal 1965 al 1973 ho vissuto in Sudan, poi per oltre un decennio in uno dei peggiori slum di Nairobi, Korogocho. Questo mi ha fatto vedere il mondo con gli occhi dei bisognosi e mi aiuta oggi a capire che cosa sta accadendo. La causa fondamentale della migrazione è la fame. In Africa le élite stanno diventando sempre più ricche, le masse popolari sempre più povere. Anche se è incredibile, perché il continente possiede petrolio, gas, risorse naturali… Queste però vengono portate via, fuori dall’Africa. La seconda causa delle migrazioni è la guerra. L’Europa, inclusa l’Italia, fornisce armi ai gruppi che si combattono l’uno contro l’altro. E ora ci sono guerre ovunque. A questo si aggiunge il cambiamento climatico. Secondo gli scienziati, se siamo fortunati, alla fine del secolo, la temperatura aumenterà di 3 gradi, se siamo sfortunati di 5. E in Africa si andrà anche oltre. Così in tre quarti del continente sarà impossibile vivere, mentre è già in corso dagli anni Trenta-Quaranta del Novecento la più grande esplosione demografica del mondo. Entro il 2050 l’Onu si aspetta dall’Africa so milioni di profughi climatici.

STEPHEN SMITH — Questa crescita demografica è senza precedenti nella storia dell’umanità. Da qui a trent’anni la popolazione africana raddoppierà, passando da 1,3 a 2,5 miliardi di persone, che stanno diventando sempre più giovani: già oggi il 40% ha meno di 15 anni. Il problema è che, in una società per lo più tradizionalista e gerontocratica, i ragazzi africani si sentono vittime di un’ingiustizia, non nutrono la speranza di arricchirsi e raggiungere il potere. Anche per questo si spostano, per essere apprezzati.

ALEX ZANOTELLI — Sono d’accordo ma voglio aggiungere che 200 milioni di persone in Africa vivono negli slum. E credetemi, ci sono stato, sono molto molto peggio pure delle baraccopoli del Sud America.

STEPHEN SMITH — Sì, due terzi di chi abita in città vive negli slum. In Africa è in corso anche un grande movimento interno: dai villaggi ai centri urbani. Ma a volte chi abbandona la campagna finisce per vivere in condizioni persino peggiori, come nelle bidonville di Lagos. Il motivo per cui ci si sposta non è così diverso da quello per cui si decide di lasciare il continente: scappare dal sistema patriarcale, provare a cogliere qualche bagliore di modernità. Oggi 7 migranti africani su 10 si muovono all’interno del continente, 3 vanno all’estero. Ma questi ultimi aumenteranno.

ALEX ZANOTELLI — Tanti lasciano le campagne non solo per esigenze di libertà, ma di sopravvivenza. Nei sessant’anni trascorsi dalla conquista dell’indipendenza, non c’è stata mai da parte dei governi africani una seria politica agricola. I vari Stati hanno proseguito con un sistema finalizzato all’esportazione, non alla sussistenza.

Pesa ancora l’eredità coloniale?

STEPHEN SMITH — Ci vuole equilibrio nell’affrontare questo tema. Le indipendenze africane vanno riconosciute, ma nessuno è indipendente nel vuoto. Noi tutti viviamo secondo alcune costrizioni, anche se è vero che per l’Africa sono particolarmente forti. Gli anni del colonialismo hanno pesato e pesano ancora, si pensi solo alle lingue dei vari Stati, ma quell’epoca non copre migliaia di anni di storia del continente. Oggi è l’Africa a guidare l’Africa e ciò che accade è una sua responsabilità. ALEX ZANOTELLI — Su questo ho un’opinione diversa. Noi europei stiamo sostenendo politiche che condizionano ancora profondamente i governi e la popolazione africana. Prendiamo gli Economie Partnership Agreements (Accordi di partenariato economico, Ape): un mezzo attraverso il quale l’agricoltura europea svende i suoi prodotti nei mercati dei Paesi poveri. Oppure il land grabbing, l’accaparramento di terre da parte degli europei, ma anche e sempre più da parte dei cinesi. Sono forme di neocolonialismo, alle quali partecipa anche l’Italia.
STEPHEN SMITH — Sono d’accordo: i governi e la popolazione africana hanno poco spazio di manovra; ma regioni del mondo come la Cina, altre aree dell’Asia e dell’America Latina si sono sviluppate in condizioni simili. Oggi il presidente cinese va in America e ha un peso. È un messaggio positivo per l’Africa: anche se sei il più debole nel sistema internazionale, puoi riuscire a importi come un nuovo potere. Bisogna fare attenzione a non vittimizzare l’Africa.

ALEX ZANOTELLI — Le nuove élite africane hanno enormi responsabilità. Ma né la Cina né l’India hanno mai avuto un’esperienza di schiavitù come quella africana, che ha lasciato un’eredità, anche antropologica, enorme. A Korogocho ho sentito il profondo senso di rifiuto che gli africani hanno di sé stessi.

Come valutate la reazione europea di fronte alle ondate migratorie?

STEPHEN SMITH — I razzisti sono sempre esistiti, ma l’Europa non è solo muri e fili spinati. Sono stato a Berlino di recente e lì la cultura dell’accoglienza è una realtà: i tedeschi aiutano i rifugiati a imparare la lingua, nella ricerca di un lavoro o di un appartamento. Al livello della base popolare, ci sono europei che mostrano reale solidarietà e non vanno scoraggiati parlando sempre dei populisti di destra. Al contempo ciò non significa, automaticamente, che questi cittadini vogliano aprire i confini a tutti. L’Europa ha il diritto di decidere chi entra e chi resta fuori. Il confine è uno spazio di negoziazione tra vicini, non ha senso né che sia aperto né che sia chiuso per tutti. Partendo da questo presupposto, si può riconoscere che l’Europa sta forse facendo un lavoro migliore del credito che le danno i media.

ALEX ZANOTELLI — Non sono d’accordo. Certo, ci sono cittadini solidali, ma prendiamo l’Italia: le politiche razziste del governo hanno il consenso del 70% della popolazione. Dunque non c’è solo un problema dall’alto, ma anche dal basso. C’è un razzismo che viene fuori sempre più forte in Europa. Nella zona molto povera di Napoli in cui vivo, vedo le reazioni. Le persone sono arrabbiate per ragioni varie, ma questa rabbia viene usata dalla politica per portare avanti le sue iniziative. Ne è nata una guerra tra poveri, tra quelli che stanno qui e quelli che arrivano da altri Paesi. Dal punto di vista degli accordi internazionali, poi, sono state date risposte criminali. La prima è l’intesa siglata nel 2016 con la Turchia: 6 miliardi di euro a Recep Tayyip Erdogan, un dittatore, per bloccare i siriani e gli afghani. Profughi che spesso scappano da guerre in Africa o in Medio Oriente, nate per proteggere gli interessi economici dell’Occidente. L’altro accordo criminale è tra Italia e Libia. Quest’ultima non è un Paese sicuro: un milione di africani si trovano nei lager libici, vengono torturati, le donne stuprate. Eppure cresce il consenso popolare per queste decisioni, in Polonia, Ungheria, Slovacchia, e ora anche in Italia.

STEPHEN SMITH — È vero, in Europa ci sono movimenti populisti, xenofobi, nuove politiche razziste, ma ci sono anche nazioni che si comportano diversamente, come la Spagna, che sta cercando di fare quello che può per affrontare la crisi migratoria. Il problema è che negli
ultimi vent’anni l’Ue non si è presa cura dei suoi stessi cittadini, dei perdenti della globalizzazione, che hanno visto minacciato quello che lo Stato sociale garantiva loro. Così diciamo che la migrazione compenserà il calo demografico, che braccia e cervelli da altri continenti serviranno a bilanciare la perdita della nostra popolazione e a mantenere gli standard di vita attuali. In parte è così, ma ci vuole molto lavoro collettivo per fare di uno straniero un vicino e poi eventualmente un cittadino. E questo processo non è avvenuto. In molte zone d’Europa le seconde o terze generazioni non sono integrate. Condanno anche io i discorsi d’odio, ma dobbiamo ammettere di aver tradito i membri poveri delle nostre stesse società, negando le difficoltà e la sfida della migrazione in Europa.

ALEX ZANOTELLI — La questione è che, oltre ad aver reso le persone sempre più povere, invece di puntare il dito contro le cause reali, economiche, lo si è puntato contro i migranti, provocando razzismo. E sofferenza estrema. Io accetto l’idea di regolamentare i confini, ma non tutta questa disumanità. Stiamo uccidendo vite umane. Negli ultimi tre anni 11 mila migranti sono morti nel Mediterraneo; 40 mila in diciotto anni. Questo sta succedendo in Europa, ora. E questa è anche la politica degli Stati Uniti, con Donald Trump. Abbiamo una responsabilità storica: dobbiamo reagire prima che i nostri nipoti dicano di noi quello che oggi diciamo dei nazisti.

STEPHEN SMITH — Non posso non essere d’accordo sull’aspetto umanitario. Le torture dei migranti, i ricatti alle famiglie, sono conseguenza della politica europea. Eppure, proviamo a guardarla da un altro punto di vista: se l’Ue accettasse tutti, sempre più migranti arriverebbero in Libia con la speranza di raggiungere l’Italia e il carico di sofferenza aumenterebbe.

ALEX ZANOTELLI — Secondo l’Alto commissariato delle nazioni unite (Unhcr), i rifugiati nel mondo sono 65 milioni: il 14% è ospitato nell’Occidente sviluppato, 1’86% nei Paesi poveri. E l’Unione europea, che ha più di 500 milioni di abitanti, in cui negli ultimi sei anni sono arrivati meno di 2 milioni di migranti, non può fare uno sforzo in più? A quanto pare no, si sente assediata. E questo in parte accade perché nell’accogliere non abbiamo fatto il nostro dovere. In Italia, ad esempio. Al netto di alcune realtà positive, si è creato un business: ci sono stati albergatori, cooperative, associazioni che ne hanno approfittato. I migranti sono stati bloccati anziché inseriti nella società, con gli italiani che, vedendoli, hanno pensato che non facessero nulla e vivessero a nostre spese.

STEPHEN SMITH — Il livello della migrazione oggi non è drammatico e, sono d’accordo, una soluzione umana va trovata: dobbiamo sempre ricordare che l’altro potrei essere io. Per il domani, tuttavia, va tenuto presente che una migrazione massiccia non farebbe bene neppure all’Africa. Ci sono persone che vivono in condizioni disperate, ma in alcuni Stati come il Senegal, il Ghana, la Costa d’Avorio, c’è speranza di futuro. Se l’Africa perde i suoi figli e le sue figlie migliori, svilupparsi diventerà difficile. E non vale la giustificazione che i migranti possono inviare rimesse in patria: queste non costituiscono un investimento nel continente, ma un regalo che crea invidia e gelosie.

ALEX ZANOTELLI — il futuro è lasciare che l’Africa stia in piedi sulle sue gambe. Ma per farlo dobbiamo cambiare le nostre politiche nei suoi confronti. In questo momento stiamo ancora e soltanto aiutando noi stessi.

Che cosa dovrebbe fare concretamente l’Europa?

STEPHEN SMITH — Serve una nuova politica. I confini, controllarli e metterli in sicurezza, fanno parte della soluzione, ma non sono la soluzione. Penso ad esempio a una migrazione circolare: persone che vengono legalmente da noi per 2-3 anni, senza la famiglia, e poi devono tornare indietro mentre altri arrivano. Gli europei potrebbero fare da mentori, giorno dopo giorno, così da rendersi conto delle difficoltà della migrazione e conoscere di più l’altro. L’Africa sa tutto dell’Europa. L’Europa non sa nulla dell’Africa. Dobbiamo trovare dei compromessi, che aiutino a condividere le responsabilità tra Europa e Africa. Oggi quest’ultima lascia andare i migranti, anche illegali, e difficilmente li riprende indietro. Serve cooperazione: un rapporto di solidarietà tra vicini, che non sia né accogliere tutti né trattare gli africani come nemici. Se questo non avverrà diventerà, difficile fermare il vento nelle vele dei populisti.

ALEX ZANOTELLI — Dobbiamo interrompere ogni forma di neocolonialismo e lasciare che l’Africa diventi orgogliosa di sé stessa. Ma, in ogni caso, bisogna prepararsi a un’enorme migrazione, specie per il cambiamento climatico. Dobbiamo essere pronti a un mondo plurale, in cui essere capaci non tanto di integrare, una parola che non mi piace, ma di includere. Questo è il futuro per vivere insieme, altrimenti la strada è combattere. E non penso che questa sia l’umanità.

a cura di Alessia Rastelli, in “la Lettura” del 9 dicembre 2018

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