• Italia, Roma
  • 20/07/2019
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Stiamo prendendo consapevolezza che è finito quel lunghissimo dopoguerra in cui la democrazia sembrava aver concluso da vincitrice la contesa con i due totalitarismi: il comunismo e il nazismo. Stanno svanendo quei valori democratici che sembravano incontestabili, universali, modello di crescita, benessere e convivenza. Il pensiero liberale e liberal-democratico che sosteneva le culture di una destra responsabile e di una sinistra riformista, oltre a innervare le istituzioni nazionali degli Stati moderni, gli organismi sovranazionali, le costituzioni nate dal rifiuto delle dittature e dall’incontro tra il liberalismo, il socialismo, il comunismo occidentale e la cultura politica cattolica sta vivendo una crisi irreversibile.
La cultura politica liberale di questi ultimi decenni rischia di andare in frantumi, sotto la spinta del trumpismo in America, del sovranismo populistico europeo, delle tentazioni protezionistiche della Brexit inglese.
Le spiegazioni pratiche concrete di tutto questo: lo scollamento tra libertà e sicurezza dal lato dei cittadini, tra sicurezza e governo dal lato delle istituzioni sotto la spinta delle tre emergenze concentriche – ondata migratoria senza precedenti, terrorismo islamista, crisi economico-finanziaria che lascia dietro di sé una crisi drammatica del lavoro.
Il cittadino si sente esposto, come mai in precedenza, a eventi fuori controllo e senza governo. Abituato a pretendere tutela, protezione, rispetto dei diritti e sicurezza dallo Stato nazionale il cittadino capisce improvvisamente che le emergenze sfondano la sovranità nazionale, la sopravanzano e la svuotano, vanificandola. Ma se un governo nazionale non garantisce sicurezza, non serve a nulla, diventa un’entità burocratica. Il cittadino oggi sarebbe anche disposto a cedere quote della sua libertà in cambio di quote crescenti di garanzia securitaria. La novità è che oggi nessuno è interessato a comprare la sua libertà, lo Stato non è più in grado di garantire nulla in cambio, e i flussi finanziari e dell’informazione sono interessati ad altro.

 

 

Tempo di svolta
di Mauro Magatti

È tempo di andare al di là della parola ‘populismo’. L’incontro di Washington tra Donald J. Trump e Theresa May ha infatti ufficializzato l’inizio di una nuova stagione storica. Se, quasi quarant’anni fa, con Margaret Thatcher e Ronald Reagan, i Paesi anglosassoni risposero alla lunga crisi degli anni 70 del Novecento aprendo le loro economia e le loro società al mondo – avviando l’epoca che dopo il 1989 è stata chiamata ‘globalizzazione’ – così oggi quegli stessi Paesi, a 8 anni di distanza dall’infarto finanziario che ha posto termine alla crescita espansiva associata alla globalizzazione, compiono una radicale inversione di marcia: America (Britain) first, stretta sui confini, rilancio della sovranità nazionale, centralità degli accordi bilaterali. Le democrazie anglosassoni registrano così rilevanti umori popolari. Il cambiamento in atto non è stato sospinto dalle élite, ma dagli elettori. In Inghilterra è stato il referendum a imporre la Brexit, e negli Usa Donald Trump ha vinto non solo contro Hillary Clinton, ma anche contro il Partito repubblicano. Ancora oggi, buona parte dell’establishment – economisti, manager, imprenditori, alti funzionari… – non è affatto convinta che quella imboccata sia la strada giusta.

Anche se non lo si ammette apertamente, la virata politica nasce dai fallimenti di una globalizzazione economica che non ha saputo affrontare le proprie incongruenze: rendere mobili tutti i fattori della produzione è una operazione azzardata destinata a scontrarsi con squilibri sociali e tensioni dal lato della sicurezza. Problemi che col tempo si sono acuiti fino alla ‘svolta’ di questi mesi. Non si cancellano, del resto, con un colpo di spugna i secoli nei quali l’ordine politico si è retto sul principio della sovranità nazionale. Come spesso succede nei momenti di crisi, al di là delle etichette (destra, sinistra) vince chi ha il coraggio di aprire una strada nuova. E il popolo (almeno quello inglese e quello americano) ha deciso di sostenere i politici capaci di mostrare tale coraggio. Anche se le loro idee sono piuttosto confuse. C’è quindi da meravigliarsi solo fino a un certo punto: che cos’altro sono le ‘crisi’ se non una rottura dell’ordine stabilito? Dunque, siamo una inversione a ‘U’ che non sappiamo dove porterà. Ma occorre prendere atto che che la svolta ormai c’è stata e attrezzarsi di conseguenza.

Sul piano internazionale è probabile che la nuova direzione politica adottata dai Paesi anglosassoni porterà a un’ulteriore frammentazione dello scenario globale, con il rafforzamento di aree di influenza tra loro competitive e potenzialmente (speriamo di no) conflittuali. Sul piano interno, l’obiettivo di tornare a un effettivo controllo del territorio è destinato a incontrare non poche difficoltà: pur riconoscendo la rilevanza della questione delle migrazioni e della sicurezza, i problemi non sono affatto riducibili a questo aspetto né tanto meno sono risolvibili costruendo muri. Il problema è che rimettere in campo la sovranità politica dopo decenni di integrazione globale è un’operazione altamente rischiosa e non si può escludere che comporti gravi involuzioni dei rapporti sociali e internazionali. Lascia perplessi, inoltre, la vaghezza sulla questione economica. Come si pensa di rilanciare l’economia? Tornando a produrre di più all’interno? Esportando di più? Richiamando i capitali? Eliminando i vincoli ambientali? Facendo investimenti pubblici? Il problema è che ‘chiudere le frontiere’ – ammesso che sia davvero possibile – rischia di innescare una catena di reazioni da cui tutti uscirebbero perdenti.

Ed è proprio qui che si apre lo spazio per un’azione politica che prenda sul serio le ragioni che stanno spingendo i popoli a sfiduciare un’intera classe dirigente. Il tempo è cambiato. Non si tratta più si slegare, ma di rilegare. Il problema è come. È questa la domanda che bisogno porsi. A ben guardare, vi sono due grandi capitoli rimossi dall’attuale onda politica: la redistribuzione del reddito; e la sostenibilità (sociale e ambientale).

Temi fondamentali se si vuole guardare avanti. Entrambi implicano la riconquista del senso del limite e della consapevolezza di ciò che ci lega gli uni agli altri.

Affrontare tali questioni è possibile solo da una politica seria e visionaria insieme, capace da un lato di sostenere la domanda con investimenti pubblici miranti a elevare la qualità complessiva dei contesti socioeconomici; e dall’altro di essere garante di tutti coloro che partecipano alla creazione della prosperità collettiva.

Una tale prospettiva potrebbe diventare l’asse portante per un rilancio dell’Europa, sbloccando l’attuale dibattito sull’austerity. Del modello che ha dominato in questi ultimi due decenni l’Unione Europea occorre conservare però un punto importante: per investire sul futuro e redistribuire la ricchezza, occorrono molta serietà e disciplina. Le risorse disponibili sono limitate e non è più il tempo in cui la politica poteva usare le risorse finanziarie per comprarsi un consenso al ribasso. Al tempo stesso, per raggiungere l’obiettivo che l’austerity si prefigge (rendere la società insieme competitiva e integrata), è necessaria una forte azione propulsiva che abbia come obiettivo un nuovo modello di convivenza più integrale e più integrata. La storia, insomma, neanche questa volta è già tutta scritta. E di fronte alla svolta che il mondo si trova ad affrontare, non serve remissività. Oggi più che mai servono intelligenza, lungimiranza e coraggio.

in Avvenire del 1 febbraio 2017

 

 

L’Occidente che va in minoranza
Ezio Mauro

Travolti dall’azione, rischiamo di non vedere la teoria che la guida e il pensiero che la organizza. È l’equivoco politico che circonda i primi passi della presidenza Trump, tutta prassi, decisione, comando, shock, cambiamento. Si potrebbe dire che dalla svolta annunciata nel discorso d’insediamento (“non stiamo semplicemente trasferendo il potere da un’amministrazione all’altra, ma da Washington al popolo”), al muro di confine col Messico, alla restrizione degli ingressi in Usa da sette Paesi musulmani, ce n’è abbastanza per spiegare la ribellione americana che scende in strada e il rifiuto di una politica che stravolge le radici e la natura stessa del Paese: che ha la frontiera nei suoi miti di conquista e l’assimilazione nella sua storia di costruzione perenne di una sola nazione, unendo le colonie originarie, le ondate migratorie successive, le lingue, le disperazioni e le speranze in un’unica entità, ricca delle sue diversità e della capacità di tenerle insieme.

Tuttavia si rischia di non capire ciò che accadrà, ciò che può accadere, se si guarda soltanto alla parte visibile del fenomeno Trump, e non si comprende che il presidente americano non è un fenomeno da baraccone.

È precisamente il capofila di una nuova cultura – per quanto il termine possa sembrare sproporzionato – che va studiata con attenzione, perché qui si fonda non soltanto la nuova politica americana, ma addirittura un tentativo di nuovo ordine mondiale. Di questo si tratta: chiamiamola pure contro-cultura, perché nasce nella rabbia e nell’opposizione, senza modelli positivi e senza antecedenti significativi, come frutto dello spaesamento democratico che il riflusso della crisi lascia sul territorio devastato della nostra parte di mondo, la parte dello sviluppo, del progresso, dell’innovazione, del potere tecnologico, delle libertà politiche e individuali. È quanto noi credevamo. Poi arriva questo Sessantotto alla rovescia che butta per aria la gerarchia dei valori, grida che le élite si sono confiscate sviluppo e progresso a loro uso e consumo, mentre le libertà politiche senza una vera rappresentanza valgono meno di nulla, anzi sono un inganno, e le libertà civili vengono dopo la forza, la sicurezza, la ricchezza.

Ricordiamoci la data, e il passaggio storico: perché è qui che si spezza il secolo, e finisce quel lunghissimo dopoguerra in cui la democrazia sembrava aver concluso da vincitrice la contesa con i due totalitarismi – il comunismo e il nazismo – e dunque i suoi valori sembravano ormai incontestabili, anzi universali, modello di crescita, benessere e convivenza. Il Novecento moriva finalmente con la supremazia della democrazia. Il pensiero liberale e liberal-democratico sosteneva ormai le culture di governo di una destra responsabile e di una sinistra riformista, oltre a innervare le istituzioni nazionali degli Stati moderni, gli organismi sovranazionali, le costituzioni nate dal rifiuto delle dittature e dall’incontro tra il liberalismo, il socialismo, il comunismo occidentale e la cultura politica cattolica.

È esattamente tutto questo – una cultura che è diventata un mondo, un sistema politico, un meccanismo di governo di sistemi complessi – che rischia di andare in frantumi, sotto la spinta del trumpismo in America, del sovranismo europeo che ha appena riunito a Coblenza la nuova Internazionale della destra, coi cinque partiti populisti di Frauke Petry in Germania, di Marine Le Pen in Francia, di Matteo Salvini in Italia, di Geert Wilders in Olanda, di Harald Vilimsky in Austria, cui si deve sommare l’Europa di mezzo guidata da Orbán, che teorizza il ritorno orgoglioso a un continente fatto di nazioni, con il “fallimento del liberalismo” come leit-motiv da cui nasce la tentazione di demolire la separazione dei poteri. Se si aggiungono le tentazioni protezionistiche della Brexit inglese, l’ambiguità mimetica del Movimento 5 Stelle in Italia – che nel giro di 24 ore può far capriole da Farage ai liberali e ritorno – si capisce che il contagio è profondo ed egemone, tanto da suonare l’ultima campana d’allarme, a cui nessuno di noi era preparato: il pensiero politico liberale sta diventando minoranza.

Tutto questo ha delle spiegazioni pratiche concrete. Tra tutte, lo scollamento tra libertà e sicurezza dal lato dei cittadini, tra sicurezza e governo dal lato delle istituzioni. Le tre emergenze concentriche di cui soffrono i nostri Paesi – ondata migratoria senza precedenti, terrorismo islamista che ci trasforma in bersagli rituali sul nostro territorio, crisi economico-finanziaria che lascia dietro di sé una crisi drammatica del lavoro – hanno un risultato comune nel riflesso congiunto di insicurezza per il cittadino, che si sente esposto come mai in precedenza, davanti a eventi fuori controllo e senza governo. Abituato a pretendere tutela, protezione, rispetto dei diritti e sicurezza dallo Stato nazionale in cui vive, dai parlamenti che vota, dai governi che concorre a nominare, quel cittadino capisce improvvisamente che le emergenze sfondano la sovranità nazionale, la sopravanzano e la svuotano, vanificandola. Ma se un governo nazionale non garantisce sicurezza, non serve a nulla, diventa un’entità burocratica. Se la sovranità nazionale è più ristretta e meno forte della dimensione dei problemi e della loro potenza, allora si vive da apolidi a casa propria, con l’impossibilità effettiva di esercitare il diritto di cittadinanza. Diciamo di più: poiché il pendolo tra la tutela e i diritti oscilla sempre nella storia dello Stato moderno, il cittadino più inquieto oggi sarebbe anche disposto a cedere quote minori della sua libertà in cambio di quote crescenti di garanzia securitaria, com’è avvenuto altre volte in passato, dovunque. La novità è che oggi nessuno è interessato a comprare la sua libertà, che deperisce da sola, e in ogni caso lo Stato non è più in grado di garantire nulla in cambio: mentre il nuovo potere sovranazionale che vive nei flussi finanziari e nei flussi d’informazione fa il fixing altrove.

Con la cittadinanza, salta la soggettività politica: io non sono più niente, soprattutto in un’epoca in cui i partiti si riducono a semplici comitati elettorali e non trasformano i miei problemi in un problema comune. Anzi: quelle che erano grandi questioni collettive stanno diventando preoccupazioni individuali, insormontabili. Così salta la rappresentanza, deperisce la politica. Quel cittadino non si sente soltanto in minoranza, come spesso è accaduto in precedenza. Si considera escluso. Il meccanismo democratico non funziona per lui. Le istituzioni non lo tutelano. La politica lo ignora, salvo usarlo come numero primo e anonimo nei sondaggi. La Costituzione vale solo per i garantiti. La democrazia si ferma prima di arrivare a lui, perché la materialità della democrazia è fatta di lavoro, dignità, crescita, esercizio di diritti e doveri che nascono da un sistema aperto e partecipato, dall’inclusione. Alla fine, anche la libertà è condizionata.

Nel 2017 arriva qualcuno, con una tribuna universale com’è l’America, che chiama tutto questo “popolo”, evoca il “forgotten man”, lo contrappone all’establishment, racconta la favola del golpe permanente che ha confiscato la democrazia per trarne un vantaggio privato, derubando i cittadini. Eccita la contrapposizione (“loro festeggiavano, il popolo pativa”), evoca lo spirito di minoranza (“le loro vittorie non sono state le vostre”), configura un’usurpazione (“un piccolo gruppo ha incassato tutti i benefici, il popolo pagava i costi”), denuncia l’esclusione (“Il sistema proteggeva se stesso, non i cittadini del nostro Paese”), fino alla promessa finale: da oggi un movimento “di portata storica” scuoterà il mondo, “portando il popolo a ritornare sovrano”.

Un discorso identitario – l’identità degli arrabbiati che devono rimanere tali – , quasi un’impostura di classe, che si basa su finte promesse frutto di una semplificazione del mondo che reintroduce sotto forme moderne l’ideologia: una falsa credenza che si sovrappone alla verità e la deforma in un racconto di comodo, utile a raccogliere adesioni sentimentali e istintive, cancellando bugie, falsificazioni e contraddizioni evidenti, come quella del miliardario campione degli esclusi. Tutto questo rompendo la corazza del politicamente corretto e dei suoi eccessi ma rovesciandolo nel suo contrario, liberando la scorrettezza come forma di libertà, la menzogna come arma legittima, l’ignoranza come garanzia di innocenza.

Questa rottura, come dice Karl Rove, il consigliere di George W. Bush, ha bisogno di stravolgere lo stesso partito repubblicano, annullare persino l’eredità reaganiana dei Baker, Shultz, Weinberger, fare tabula rasa addirittura del pensiero conservatore così come lo abbiamo conosciuto, e del compromesso di un linguaggio comune istituzionale, di un vocabolario costituzionale condiviso. Arriviamo al punto finale. Perché è evidente che a partire dalla concezione della Nato, alla nuova fratellanza con Putin, all’isolazionismo protezionista americano, al primitivo immaginario europeo di Trump, è lo stesso concetto di Occidente che uscirà modificato, menomato e probabilmente manomesso da quest’avventura. E l’Occidente, come terra
della democrazia delle istituzioni e della democrazia dei diritti, è ciò che noi siamo, o almeno ciò che vorremmo essere. Qualcuno in Europa – magari a sinistra, se la sinistra alzasse gli occhi sul mondo – dovrebbe dire che tutto questo non è a disposizione di Trump.

Corriere della Sera, del 1 febbraio 2017

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