• 20/09/2019

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Se l’indirizzo del pontificato di papa Francesco, che nel 2017 entra nel suo quinto anno, è chiaro, imprevedibile è sempre la storia che cammina su tornanti inattesi. Basti pensare nel 2016 alle elezioni di Donald Trump negli Stati Uniti o alla Brexit. Al centro del suo magistero c’è l’indicazione che la Chiesa torni all’essenziale della propria fede. Al centro del Vangelo. A “quell’umiltà amante di Dio”, come l’ha definita in occasione del discorso alla Curia, il 22 dicembre scorso, che nell’incarnazione, nella morte e resurrezione del Figlio ha condiviso la nostra umanità.

Una nuova prospettiva nell’annuncio del Vangelo

Per Papa Francesco vivere il Vangelo è possibile perché esso tocca il centro della nostra esistenza. Vi è una corrispondenza profonda tra la nostra umanità e il centro divino dell’umanità di Cristo. Per questo l’annuncio della fede deve essere fatto risuonare nuovamente, come fosse la prima volta, andando oltre le forme culturali prevalenti che sin qui l’hanno espressa. Per Papa Francesco non si può ridurre il cristianesimo alla sua sola forma dottrinale, ma esso deve riguardare l’insieme della vita, di ogni vita, nelle sue espressioni e nelle sue relazioni nei diversi contesti culturali e ambientali.
Pascal, nel Mystère de Jésus, fa dire a Gesù, a proposito del suo costato aperto: «quelle gocce di sangue le ho versate per te». Nel costato aperto di Gesù si manifesta per ciascuno l’ospitalità attraente del Dio misericordioso. Da un approccio cumulativo, preoccupato di dare ragione sempre, in ogni punto dell’enunciazione e della comunicazione, del contenuto dogmatico della fede cristiana, si passa a una concezione processuale e relazionale, incentrata sull’offerta del Vangelo di Dio che implica il riconoscimento della libertà. La Parola di Dio procede nelle coscienze. Avviene sempre nuovamente. Da qui scaturiscono conseguenze profonde sul piano della figura della Chiesa e del suo rapporto col mondo.

La figura della Chiesa nel 2016

Nel 2016 sono stati numerosi i gesti e gli eventi che hanno incrementato questa linea del pontificato. Essi hanno riguardato anzitutto il Giubileo della misericordia, che non ha modificato il tradizionale impianto degli anni santi, decentrando l’attenzione da Roma e rivolgendola alla periferia della Chiesa. Dopo l’incremento continuo della centralità della Chiesa di Roma nel postconcilio, Francesco ha cercato una inversione di tendenza nel timore di una estinzione di ogni tensione creativa e di ogni identità delle Chiese locali. Non sempre gli è riuscita e gli riesce perché egli vive della contraddizione non risolta di una sussidiarietà imposta dall’alto.
Va poi indicato il forte sviluppo di eventi ecumenici: la visita agli ebrei del Tempio maggiore di Roma, l’incontro storico con il patriarca di Mosca Kirill a Cuba; quello con il patriarca armeno Karekin II a Erevan; con il primate anglicano Welby; e la commemorazione a Lund, in Svezia, dell’avvio del ricordo dei 500 anni della Riforma protestante. Incontri che mirano a proporre un modello di unità e di riconoscimento reciproco che procede attraverso la diversità.
L’esortazione apostolica postsinodale Amoris Laetitia ha segnato il punto più impegnativo sul piano dottrinale, perché accoglie il metodo sinodale e affida alle Chiese una sensibilità pastorale nuova da esercitare nella disciplina matrimoniale. Ma accanto a questo testo vi sono una miriade di interventi che riguardano modifiche liturgiche e del Codice di diritto canonico, l’accorpamento di sette diversi dicasteri curiali in due nuovi: sui laici e sulla carità. Infine la Costituzione apostolica sulla vita contemplativa femminile.
Poi ci sono i viaggi. Accanto a quelli mutuati dagli incontri ecumenici ci sono quelli dedicati alla Giornata mondiale della gioventù (Polonia) e al silenzio di Auschwitz, all’incontro interreligioso per la pace di Assisi, al terremoto nell’Italia centrale, alla geopolitica religiosa (Messico, Grecia, Georgia e Azerbaigian). Tra questi, il viaggio a Lesbo ha posto l’attenzione sulla tragedia dei migranti e dei rifugiati. È un tema che il Papa ha riservato per sé anche come competenza diretta nel riformato dicastero curiale. Di qui passa il tema della globalizzazione e della pace, il tema della giustizia e dell’integrazione in Europa e nel bacino del Mediterraneo.
Gli eventi inattesi della Brexit e della vittoria di Trump nelle presidenziali americane hanno modificato e potenzialmente indebolito l’azione del Papa sul piano internazionale. Se il viaggio negli Stati Uniti del settembre 2015 aveva segnato un forte riavvicinamento tra la Santa Sede, un Papa latinoamericano e gli Usa, l’elezione di Trump allontana e modifica quel risultato. Una settimana dopo l’elezione del nuovo presidente, nel videomessaggio inviato all’assemblea generale della Conferenza episcopale cattolica americana, Francesco ha rimarcato come «la nostra grande sfida è creare una cultura dell’incontro, che incoraggi gli individui e i gruppi a condividere la ricchezza delle loro tradizioni ed esperienze, ad abbattere muri e a costruire ponti». Un appello che suonava come una risposta al presidente eletto. Di fronte a una Chiesa e a un cattolicesimo fortemente divisi dal confronto elettorale tra bianchi e latinos, egli ha elogiato l’Encuentro pastorale nazionale ispanico. Se c’è consenso sulle politiche a favore della vita promesse dal nuovo corso presidenziale, c’è disaccordo sui temi sociali (sull’immigrazione in particolare), mentre il giudizio sulle scelte internazionali è sospeso e preoccupato.

Le novità del 2017

Quanto alla Brexit, la Santa Sede e il Papa non potranno nel 2017 non riaffrontare il dossier Europa. Esso non ha a che fare solo con i numeri drammatici dell’immigrazione, del terrorismo islamista, della difficile integrazione sociale e culturale, ma riguarda soprattutto una ripresa incerta e stanca del ruolo del cristianesimo in Europa. Alla paura degli europei si affianca il tema dell’identità dell’Europa e del ruolo del cristianesimo. Questo nell’anno di difficili elezioni in Francia e in Germania e dell’incognita italiana.
I viaggi internazionali e quelli nazionali previsti per il 2017 segnano continuità e qualche novità. Dal lato della novità e del dialogo interreligioso sono i viaggi in India e in Bangladesh; sul versante della continuità quelli a Fatima, a Capo Verde e in Columbia, per la firma degli accordi di pace tra il governo e le Farc. I viaggi italiani (Milano e Genova) sono forieri di novità nel ridefinire il rapporto tra il Papa e la Conferenza episcopale italiana. Una grande incognita rimane la Cina.
Ma il 2017 è probabilmente l’anno del varo definitivo della riforma della Curia. Non casualmente Papa Francesco ha affrontato il tema nel tradizionale saluto alla Curia romana, il 22 dicembre. È uno degli appuntamenti centrali del pontificato. Questa riforma era stata chiesta dai cardinali durante le Congregazioni generali alla vigilia del conclave che lo ha eletto Papa. Ed è necessaria conseguenza della sua impostazione ecclesiologica. Nonostante resistenze che il Papa riconosce come in parte “aperte”, in parte “nascoste” e in parte “malevoli”, la Riforma della Curia non sarà un lifting. Sarà qualcosa di profondo che toccherà il ruolo e la funzione della Curia romana in relazione con Pietro e con la Chiesa universale. Ci si attende una nuova Costituzione apostolica che sostituisca la Pastor Bonus di Giovanni Paolo II e che tematizzi quella che il teologo Werbick definiva una “conversione delle strutture”. Non solo la conversione dei singoli, o qualche aggiustamento funzionale, ma il cambiamento istituzionale ed ecclesiale delle strutture stesse.

Il messaggio del Papa: tornare all’essenziale della fede di Gianfranco Brunelli, in “Il Sole 24 Ore” del 3 gennaio 2017

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