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“A capo coperto. Storie di donne e di veli”: un libro di M.G. Muzzarelli

Parliamo di donne velate e subito pensiamo allo hijab o agli altri tipi di copertura del capo, o del volto, o dell’intero corpo della donna che sono in uso nel mondo islamico e che, non senza originare polemiche, molte islamiche indossano anche nei paesi occidentali. Ma la prescrizione alle donne di coprirsi il capo appartiene in pieno anche alla storia dell’Occidente. Proviamo allora a riscoprire un costume millenario, documentato dalla Bibbia e dalle statue dell’antica Grecia, dai Padri della Chiesa, dalle normative medievali, da innumerevoli testimonianze artistiche e letterarie. Il capo coperto era prerogativa delle donne sposate, era la divisa delle religiose, così come ogni vedova era tenuta a portare il velo del lutto. Segno di verecondia e modestia, il velo, leggero quanto simbolicamente carico, era però anche un accessorio alla moda, il complemento fondamentale nello sfoggio di lusso ed eleganza, come ancora oggi può essere il foulard griffato.
«”Questo ci fa rendere conto di come il velo, in tutte le sue declinazioni, sia solo un oggetto come un altro. È sempre lo stesso, eppure gli sono stati attribuiti nel tempo tantissimi significati diversi”. Un oggetto leggerissimo, ma carico di significati e imposizioni a volte molto pesanti: “Perché ancora oggi il velo non è un velo e basta” scrive Muzzarelli alla fine del libro. Troppe volte è ancora la parola di un uomo sul corpo di una donna». – Valentina Della Seta

 

Descrizione

Titolo: A capo coperto. Storie di donne e di veli
Autore: Muzzarelli M. Giuseppina
Prezzo: € 16,00
Anno: 2016,
Pagine: 214 p.,
Editore: Il Mulino

 

 

Le donne e il velo, un simbolo per tutte le culture
di Giorgio Dell’Arti

Arabi. La tradizione del velo non deriva dal Corano e non è specificatamente legata all’Islam. Gli Arabi avrebbero mutato questa pratica da altri popoli durante la fase espansiva quando entrarono in contatto con ambienti nei quali le donne appartenenti alle classi medio-alte usavano coprirsi il capo.

Velo. Rebecca, che alla vista del suo promesso sposo, Isacco, prende il velo e si copre (Antico Testamento, Genesi 24, 64-65).

Colombe. «Come sei bella, amica mia, come sei bella! / I tuoi occhi, dietro il tuo velo, somigliano a quelli delle colombe» (Cantico dei Cantici).

Tradizioni
. Presso gli Assiri il velo era destinato alle donne maritate. In Grecia, nel racconto di Omero, Penelope si mostrava ai suoi pretendenti solo con il velo. Gaio Sulpicio Gallo, console romano nel 166 d.C., ripudiò la moglie andata fuori di casa a capo scoperto. Le Spartane sposate usavano stare in pubblico con il volto velato.

Prostitute. Ad Arles, negli ultimi anni del XII secolo, ogni donna onesta che incontrasse una prostituta velata poteva, e in teoria doveva, strapparle il velo. Le autorità cittadine dapprima proibirono alle prostitute la cuffia e il velo, simbolo delle donne per bene, poi imposero loro un segno di riconoscimento: un nastro di colore vivo che ricadeva sulle spalle.

Reati. Molti reati si consumavano intorno ai veli. Fatti cadere ingiuriosamente dal capo di una donna insultata e aggredita, sottratti nottetempo, rubati in pieno giorno. In ognuno di questi casi i veli venivano valutati, descritti e in definitiva riconosciuti come oggetto importante nel mercato e soprattutto sulla scena sociale.

Spose. Le spose greche e romane indossavano una semplice tunica bianca trattenuta in vita da una cintura, in testa un velo color giallo zafferano e un mantello giallo, arancione o rosso.

Strada. Una provvigione reggiana del 1489 proibiva alle neospose per 8 giorni di andare per strada, di entrare e stare in chiesa a capo scoperto.

Nero. Se il rito di passaggio riguardava quelle donne maritate che il destino rende vedove, il velo diventata nero.

Funerali. La vedovanza, occasione per fare sfoggio di dolore e insieme di abiti di pregio e di accessori coordinati. In particolare l’occasione del funerale si prestava a ostentazioni di ricchezza e di potenza. Contro tali manifestazioni tentarono di agire i legislatori, limitando tra l’altro il numero delle persone alle quali era concesso vestire «a corrotto» (cuore rotto per il dolore).

Bologna. A Bologna, nel XIV secolo, le donne non potevano uscire di casa per andare in chiesa prima che il morto fosse sepolto, né portare in capo veli di lino sottile, mentre era permessa una «volesela» di seta. La vedova doveva portare il velo nero per non più di 8 giorni e in certi casi fino a un mese. I veli potevano essere di qualsiasi genere purché non valessero più di una cifra stabilita.

Religione. Per le religiose il velo indica ritiro, umiltà e distacco dal mondo oltreché sottomissione all’abbadessa e alle autorità ecclesiastiche.

Lavoro. A Parigi, nell’ultimo decennio del XIII secolo, esistevano ben sei corporazioni interamente femminili, come quelle delle apprettatrici di cotone, delle filatrici d’oro, e delle lavoranti la seta.

Cuffie.
A Milano alle donne fu consentito non solo di essere apprendiste ma anche magistrae nell’ambito della confezione delle cuffie.

Medioevo. Negli ultimi secoli del Medioevo fu stabilito una sorta di programma di custodia delle donne: la donna era tenuta a mostrarsi a tavola svogliata e misurata ma anche a tenere celato agli sguardi il corpo e coperto il capo. La copertura del capo era il segno palese, comunicabile a tutti e tranquillizzante, del disciplinamento in atto, dell’obbedienza assicurata.

Notizie tratte da: Maria Giuseppina Muzzarelli, A capo coperto. Storie di donne e di veli, ed. il Mulino, pp. 214, euro 16,00.

in “Il Sole 24 Ore” del 3 ottobre 2016

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