• 14/12/2019
ERMES EDUCATION

Capire il cambiamento

Rivista di Pedagogia Ermeneutica Esistenziale

Il contesto contemporaneo sembra essere definito dal termine “crisi”. Il vocabolo che è attribuito a fenomeni diversificati sembra nel contempo individuare un uniforme significato negativo. Le scienze sociali, considerando la crisi un fattore costante della vita sociale, paradossalmente, ne denuncerebbero l’inapplicabilità per l’impossibilità della formulazione di una valutazione e quindi di una prospettiva. La questione esige un approfondimento: si è determinato nel tempo un capovolgimento di senso. Crisi significa infatti, in origine, giudizio.
Il mutamento di accezione può essere esaminato tramite un sondaggio storico. La crisi non è forse un dato inerente al processo storico? In particolare, può essere interessante un’analisi sulla natura di questo concetto nella Tardoantichità. L’età che segna la fine dell’Impero Romano d’Occidente è paragonata per tanti aspetti a quella postmoderna: entrambe sembrano costituire la fine di un’epoca. I saggi presentati nel volume approfondiscono taluni eventi di “crisi” in ambiti religioso, filosofico e teologico di tale periodo. Ne emerge una comunicazione significativa e una riflessione utile anche nel momento attuale.

Descrizione

Titolo: Crisi e rinnovamento tra mondo classico e cristianesimo antico
Autore: Angela Maria Mazzanti
Editrice: Bonomia University Press
Pagine: 112 Anno: 2015
Prezzo:20,00 Euro
ISBN: 978-88-6923-011-0

L’ira di Dio non è tabù. La ammette anche papa Francesco
Sandro Magister

È rara, rarissima, un’evocazione dell’”ira di Dio” nelle parole dell’attuale papa, che sono piuttosto un incessante diluvio di misericordia divina.
E invece questa volta egli si è avventurato su questo terreno ostico non solo per lui ma per l’umanità di ogni tempo. Perché già per il pensiero filosofico dei tempi di Gesù, per Seneca e Cicerone, l’ira di Dio era qualcosa di impensabile e di impronunciabile. E anche oggi è quasi universalmente un concetto tabù.
Ha scritto in proposito, nel suo “Saggio sul mistero della storia” del 1953 il geniale teologo gesuita Jean Daniélou, che Paolo VI fece cardinale: “Poche altre espressioni urtano maggiormente le pudiche orecchie moderne. Già i giudei alessandrini ne arrossivano dinanzi ai filosofi greci e si sforzavano di attenuarne il significato. Oggi essa appare insopportabile a una Simone Weil che, come un tempo Marcione, contrappone il Dio d’amore del Nuovo Testamento al Dio di collera dell’Antico. Eppure l’amore si trova anche nell’Antico Testamento e la collera si ritrova nel Nuovo. Bisogna dunque accettare le cose così come sono: la collera è uno degli atteggiamenti del Dio biblico. E diremo di più: questa espressione apparentemente antropomorfica è forse quella che contiene nel suo nocciolo la carica più densa di mistero e che ci aiuta a penetrare più a fondo nella trascendenza divina”.
È una ricerca, quella del senso vero dell’”ira di Dio”, che ha impegnato i Padri della Chiesa fin dai primi secoli e che è importante ripercorrere oggi, visto come l’espressione continua a fare scandalo. È ciò che ha compiuto Leonardo Lugaresi, specialista dei Padri della Chiesa e docente all’Università di Bologna, in un saggio nel volume a più voci “Crisi e rinnovamento tra mondo classico e cristianesimo antico”, curato da Angela Maria Mazzanti ed edito nel 2015 da Bonomia University Press.

Lugaresi prende le mosse da “quel giudizio iniziale di Dio sul mondo che accompagna l’opera stessa della creazione”. Il Dio della Bibbia, infatti, “non si limita a creare l’universo ma, mentre crea, giudica ciò che sta creando e lo approva esplicitamente riconoscendone la bontà e bellezza, come per ben otto volte ripete il testo della Genesi”.
Ma poi nella creazione irrompe il peccato, e allora il giudizio, la “krisis” di Dio, diventa “krisis” di salvezza con l’invio del Figlio ma al tempo stesso “krisis” di ira e condanna per coloro che lo rifiutano.
“Se crediamo in un Dio che è morto per noi perché mai dovremmo avere paura di un Dio che patisce?”, argomenta Tertulliano. E l’ira, non disgiunta dall’amore, è una di queste passioni divine, di cui scrive Origene in questo passo delle sue “Omelie su Ezechiele”:“Egli è disceso in terra mosso a pietà del genere umano, ha sofferto i nostri dolori prima ancora di patire la croce e degnarsi di assumere la nostra carne; se infatti non avesse patito non sarebbe entrato in rapporto con la condizione umana. Prima ha patito, poi è disceso ed è stato visto. Qual è questa passione che per noi ha sofferto? È la passione dell’amore. Anche lo stesso Padre e Dio dell’universo, longanime e molto misericordioso e compassionevole, non soffre forse anche lui in qualche modo? Ignori che quando governa le cose umane, condivide la passione umana? […] Lo stesso Padre non è impassibile. Se viene pregato, prova misericordia e compassione, soffre d’amore e si immedesima in quei sentimenti che, data la grandezza della sua natura, non potrebbe avere; per causa nostra sopporta le passioni umane”.

Ma nel “Contra Celsum” Origene dice di più. La cura di Dio per il mondo corrotto dal peccato è sì una “krisis”, un giudizio che separa il bene dal male ed espelle con ira quest’ultimo. Però “l’ira non è un sentimento di Dio, ma ciascun uomo se la procura per mezzo dei peccati che commette”. In altre parole, traduce Lugaresi, “la collera non è una componente dell’essere divino, non attiene a Dio in se stesso, ma è una modalità del rapporto tra Dio e l’uomo. È la risposta dell’amore di Dio ferito dalla ribellione dell’uomo”.
È ancora Origene, nella ventesima delle sue “Omelie su Geremia”, a chiarire la specificità unica dell’ira di Dio, simile ma anche diversa dal “logos”, da quella “parola” che è Dio stesso: “Come la parola di Dio educa, così anche la sua ira educa, […] ed è necessario che Dio si serva di quella che viene chiamata ira come si serve della parola. E la sua parola non è come la parola di tutti. Di nessun altro, infatti, la parola è vivente; di nessun altro la parola è Dio; di nessun altro la parola era in principio presso Dio […] Così anche l’ira di Dio non assomiglia all’ira di nessuno che sia in collera, e come la parola di Dio ha qualcosa di diverso rispetto alla parola di chiunque altro, […] così quella che viene chiamata la sua collera ha qualcosa di diverso e di estraneo rispetto a ogni tipo di collera di qualcuno che si adira”.
Non sorprende che questa “ira di Dio” fosse inaccettabile per i pagani colti e i filosofi dei primi secoli, come anche per il cristianesimo eretico di Marcione e dei suoi seguaci fino ai giorni nostri, che contrappongono al Dio iracondo dell’Antico Testamento il Dio tutto e solo buono di Gesù.
Anzi, Lugaresi si chiede “se proprio la propaganda a favore di un Dio tutto e solo buono non sia uno dei fattori del successo del marcionismo di ieri e di oggi”.

Fu Tertulliano, all’inizio del III secolo, a contestare più direttamente questa eresia, nel suo “Adversus Marcionem”. Un Dio di sola bontà, scrive, “è un’assurda perversione”. Se non contende e non si adira, se non si oppone al male, non ha più senso nulla: i comandamenti, le norme morali… tutto è uguale, tutto è permesso. Sarebbe un Dio “disonesto verso la verità, che ha paura di condannare quello che condanna e di odiare quello che non ama”. Un Dio che “accetta, una volta compiuto, quello che non permette si faccia”.
Anche per Ireneo, nell’”Adversus Hereses”, il Dio solo buono, che mai si adira, è un assurdo. È incapace di relazione con l’uomo e con il mondo. È un Dio che non fa nulla e dunque non “è” nulla.
Quando invece l’ira è proprio ciò che esprime la “vitalità” di Dio, come ancora ha scritto il teologo e patrologo Daniélou in questa seconda sua citazione che chiude il saggio di Lugaresi: “Nella sua essenza più profonda, la collera di Dio è l’espressione dell’intensità dell’esistenza divina, della violenza irresistibile con la quale travolge tutto quanto si manifesta. In un mondo che continuamente si allontana da lui, Dio rivendica, talvolta, con violenza la sua esistenza. […] Lungi dal renderlo simile a noi, questa espressione ci ha fatto attingere in lui ciò per cui egli è più diverso da noi, ossia, in sostanza, l’intensità della sua esistenza, senza proporzione con la nostra”.

Insomma, non è un infortunio che papa Francesco abbia evocato “l’ira di Dio”, ma un salutare lampo di luce sul Dio vivo e vero, nello stato di “crisi come giudizio ”, coessenziale alla fede, in cui i cristiani sono chiamati a vivere, non solo oggi ma in ogni tempo.