• 14/12/2019
ERMES EDUCATION

Capire il cambiamento

Rivista di Pedagogia Ermeneutica Esistenziale

Il nuovo testo di Paolo Greco “Abitare le fragilità” fa parte della collana “Educare oggi” dell’Associazione CeRFE-Zelindo Trenti diretta dal professore Roberto Romio che promuove la ricerca e la sperimentazione educativa e risponde all’invito che papa Francesco ha rivolto a tutti gli uomini e le donne di buona volontà che hanno a cuore le sorti dell’umano contemporaneo, al fine di abitare la complessa e fragile realtà con un pensiero ed uno sguardo aperto, responsabile e trasparente.

Il testo si muove tra le pieghe della società aperta, indagandone le contraddizioni e le vulnerabilità, senza tacere le opportunità e le possibilità che in essa si offrono. Con un linguaggio semplice e fondato scientificamente ci offre una fenomenologia della fragilità contemporanea, osservandone i volti e fissando i luoghi di questa da abitare. Nella prospettiva di un’ermeneutica esistenziale ricerca il senso ed il significato della fragilità contemporanea per trovare le ragioni del vivere in un mondo che sembra avere smarrito ogni speranza. Un contributo importante, utile e valido, che aiuta il lettore e tutti coloro che hanno a cuore le sorti dell’umano, a ritornare a riflettere sulla parte più profonda e più vera di sé stessi, ma anche più complicata da accettare, per recuperare la nostalgia di quell’umanesimo che lo abita, in grado di trasfigurare l’esistente e sgomberare l’occhio dalle nubi che offuscano e nascondono la bellezza di cui è fatto.

Descrizione
Titolo: Abitare le fragilità
L’ermeneutica esistenziale come risposta alla paura dei tempi
Autor: Paolo Greco
Prezzo:20,00€
Collana: Educare oggi
Destinatari: Insegnanti, Educatori e animatori, Adulti
Pagine: 245
Dimensioni: 140x210x0 mm
Data di Pubblicazione: 15/12/2018
Codice Prodotto: 06509
Codice EAN: 9788801065091

 

La recensione

“Greco P., Abitare le fragilità. L’ermeneutica esistenziale come risposta alla paura dei tempi, Elledici, Torino 2018”

Perché parlare di fragilità? Ha ancora un senso riprendere la riflessione sulla debolezza? Certamente oggi abbiamo a disposizione maggiori e sofisticati mezzi per una vita al riparo dalle fratture. Tuttavia la riflessione sulla fragilità è di grande attualità. Particolarmente urgente in una società che, possiede come mai prima nella storia la strumentazione per un’esistenza buona, eppure si ritrova a sperimentare una fragilità inedita. Per quanto si provi a mettere degli argini, sorgono nuove e più gravi vulnerabilità, che non possono essere contenute e sono fatte di nuove povertà, precarietà e instabilità, disorientamento e di insicurezza, di disuguaglianza e di emarginazione. Principalmente di un agire sganciato da quei valori e quei principi di riferimento che hanno costituito gli assi portanti per la formazione dell’uomo, di un sistema economico senza regole, lo smarrimento della propria identità e la paura dell’altro, la perdita di significato del vivere e il pensiero della morte, il rapporto con il religioso e il divino che risente delle nostre battute di arresto ed equivoche comprensioni e azioni. Difatti nonostante si affermi un’idea individualista di persona riuscita che si coniuga con il verbo “potere”, quale sinonimo di forza, di dominio, di perfezione, di inappuntabilità, prestazione e competizione, si evidenzia una debolezza individuale e sociale che spaventa, intimorisce e paralizza.

In un tale contesto ritornare sul tema della fragilità acquista un’importanza del tutto particolare, perché consente non soltanto di individuare e riconoscere le fragilità dei tempi, ma soprattutto perché smaschera l’illusione di essere invincibili e inappuntabili, consentendoci di comprendere chi siamo realmente.. Semplicemente degli esseri umani, fatti di «miseria e grandezza» come ebbe a dire il pensatore Blaise Pascal (Pensieri). Riprendere il tema della fragilità ci permette di compiere un’opera di trasparenza e ricomprendere il mistero di un Dio che nell’incarnazione del Figlio non soltanto ha scelto ma ha assunto la fragilità quale luogo per rivelarsi al mondo. Tale logica ci provoca ad iniziare a vedere le cose dalla prospettiva opposta di come guarda l’attuale mondo, sempre più in preda al delirio di onnipotenza, ossia dal punto di osservazione di ciò che può rompersi e necessita di essere trattato con cura. Inoltre ci permette di poter scoprire che nella fragilità si nascondono delle opportunità nuove per un mondo più vero, più giusto e più buono, orientato verso la speranza della fraternità e non della disperazione dell’individualismo, dell’egoismo e dell’indifferenza che discrimina e uccide.

Pertanto l’abitare diviene l’azione più appropriata e confacente dell’essere umano, determinante, per un’esistenza autenticamente umana e cristiana, in quanto promuove l’atteggiamento del prendersi cura della vita in tutti i suoi ambiti, di sé stessi, dell’altro e del creato. L’abitare come affermava il filosofo esistenzialista tedesco del secolo scorso Martin Heidegger è: «il modo in cui i mortali sono sulla terra […]» nel senso di «Costruire e il coltivare ciò che cresce». Ma questa è un arte da imparare continuamente. Per questo, continua nel dire:«[…] i mortali sono sempre ancora in cerca dell’essenza dell’abitare, che essi devono anzitutto imparare ad abitare» (Costruire, abitare, pensare). Ogni tempo richiede di ripensare l’abitare la propria storia. Infatti oggi si è imposto un modo di abitare le città ed il mondo, sganciato da quelle relazioni umanizzanti, che garantivano di non sentirsi soli e schiacciati dalla propria condizione di debolezza. Per cui è necessario ricomprendere cosa significa abitare, di coglierne l’essenza e reimparare ad abitare il presente. Ciò richiama un altro atteggiamento che l’uomo e la donna contemporanei devono fare proprio, il comprendere. Il maggiore esponente dell’ermeneutica esistenzialista Hans-Gerg Gadamer ha evidenziato che «Il comprendere è l’originario modo di attuarsi dell’esserci, che è l’essere nel mondo […] il comprendere è il modo di essere dell’esserci in quanto poter-essere e possibilità» (Verità e metodo). In questo orizzonte il comprendere diviene la risposta all’essere nella storia, non in quanto spettatori bensì come protagonisti, aperti al poter-essere e alla possibilità dell’essere nel mondo attivamente. Assumere la categoria dell’abitare dunque non è soltanto l’esigenza di una garanzia per sopravvivere nel contesto in cui ci troviamo ad essere, ma piuttosto promuove una visione sapiente dell’esistenza, quale principio ermeneutico per ripensare, riorganizzare e ricostruire un tessuto sociale dal respiro più umano. Soprattutto consente di vivere i fatti in un orizzonte di senso che diviene comprensione del proprio destino, di «una verità per sé» come sosteneva il filosofo e teologo danese Kierkegaard, ovvero di trovare quell’idea significativa per cui «vivere e morire» (Diario).

Risulta chiaro, dunque che, l’abitare è legato alla relazione con l’ambiente circostante, con le cose e le persone, non come un impossessarsi anonimamente di uno spazio circoscritto, occupando un posto, ma nel significato suo più vero di avere consuetudine e abitudine, quale atteggiamento di responsabilità e familiarità con il luogo, gli uomini e le donne che vi abitano a loro volta e con i quali condivide il comune destino. Quale compagnia che spezza lo stesso pane, fatto di fatiche e di gratificazioni, di miseria e di grandezza, esposti sulla stessa strada correndo continuamente il rischio di essere feriti, partecipi di un unico cammino. Per cui l’abitare è il permanere, un dimorare, ossia uno stare nel mondo, non astrattamente, ma concretamente, con la testa e con il cuore, con le mani e con i piedi, un esserci moralmente e responsabilmente riparando gli uni gli altri le proprie fragilità. Un vivere positivamente il luogo dove ci si trova, aprendosi alla relazione con la storia e le persone che ci vengono incontro, soprattutto con chi si trova in condizioni di debolezza e vulnerabilità. Da ciò nasce l’organizzazione della città, la politica, la costituzione della famiglia, l’arte del lavoro, l’invenzione della techne e dell’oikonomia, quali strumenti dell’ingegno umano e mezzi per vivere ed abitare attivamente sulla terra, amministrare e addomesticare l’ambiente dove si vive, renderlo ospitale e carico di significato.

In tale prospettiva la fragilità non è da intendersi come una disfunzione che diminuisce l’essere e le sue capacità, come afferma la cultura dominante, plasmata da un selvaggio capitalismo economico che si muove secondo i comandamenti della competizione e della prestazione, ma figlia di questo incontro-scontro con la realtà dove si abita, il luogo in cui si viene dati e ci si percepisce senza tutele, dove si forma il carattere e si plasma la propria identità, ma anche il luogo dove si manifesta più chiaramente l’esposizione all’altro e la caducità dell’esistenza nel suo duplice aspetto: da una parte perché non siamo i padroni della nostra vita, durante il cammino dell’esistenza si apprende che è stato qualcun altro che ci ha donato l’essere, e dall’altro perché il nostro corpo e la nostra psiche possono deperire fino a morire. Allo stesso modo però la fragilità afferma un’esperienza capace di condurre la persona a sé stessa, al suo valore più autentico, alla parte più vera di sé e ritrovarsi in un maniera del tutto nuova e più sincera, senza artificiali infingimenti. In tale senso la fragilità come ha sostenuto lo psichiatra italiano Vittorino Andreoli «ha il potere di rifare l’uomo» nel senso di accoglierlo e ripararlo nelle sue debolezze e riscrivere una nuova pagina di umanità, secondo anche quella prospettiva molto cara a san Paolo VI, ossia la «civiltà dell’amore».

Il nuovo testo di Paolo Greco “Abitare le fragilità” fa parte della collana “Educare oggi” dell’Associazione CeRFE-Zelindo Trenti diretta dal professore Roberto Romio che promuove la ricerca e la sperimentazione educativa e risponde all’invito che papa Francesco ha rivolto a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, nella Evangelii gaudium, la Laudato sii e l’Amoris laetitia: un appello per tutti coloro che hanno a cuore le sorti dell’umano contemporaneo, al fine di abitare la complessa e fragile realtà con un pensiero ed uno sguardo aperto, responsabile e trasparente. Una esortazione per quanti si sono stancati di stare fermi e desiderano muoversi, uscire dal proprio mondo chiuso e assumere responsabilmente una propria posizione di apertura e di cura dell’altro, per andare verso le periferie umane, ed assumere la propria e altrui fragilità, quella di chi ci sta accanto, e in tale modo capovolgere la prospettiva dello sguardo, che si muove dai luoghi della povertà ai luoghi del potere e immaginare un nuovo modo di abitare la terra, la città, la famiglia, il lavoro, l’economia e la politica: appunto a partire dall’umanità fragile.

Il testo si muove tra le pieghe della società aperta, indagandone le contraddizioni e le vulnerabilità, senza tacere le opportunità e le possibilità che in essa si offrono. Con un linguaggio semplice e fondato scientificamente ci offre una fenomenologia della fragilità contemporanea, osservandone i volti e fissando i luoghi di questa da abitare. Nella prospettiva di un’ermeneutica esistenziale ricerca il senso ed il significato della fragilità contemporanea per trovare le ragioni del vivere in un mondo che sembra avere smarrito ogni speranza. Un contributo importante, utile e valido, che aiuta il lettore e tutti coloro che hanno a cuore le sorti dell’umano, a ritornare a riflettere sulla parte più profonda e più vera di sé stessi, ma anche più complicata da accettare, per recuperare la nostalgia di quell’umanesimo che lo abita, in grado di trasfigurare l’esistente e sgomberare l’occhio dalle nubi che offuscano e nascondono la bellezza di cui è fatto.

Soltanto quando l’umano si riesce a riconciliare con la propria fragilità può ricomprendere più profondamente sé stesso, non soccombere all’idea di bastare a sé stesso e non cedere alla paura, all’illusione di una vita chiusa e autoreferenziale che molto spesso conduce alla solitudine. Così come non lasciarsi plagiare da quella volontà di potenza che si configura nell’uomo forte a tutti i costi. Abitare il presente dalla prospettiva della fragilità significa organizzare una società più umana. La paura infatti è esattamente quell’emozione primaria di difesa che si innesca quando ci sentiamo minacciati e messi in pericolo da qualcosa, di reale o di immaginario, che in qualche modo rompe la fiducia, e mette a nudo la nostra condizione di vulnerabilità e fragilità originaria. Nelle paure che quotidianamente ci accompagnano, precisamente, si avverte la sensazione di esposizione della precarietà della nostra esistenza. Così ci sentiamo insicuri, angosciati e ansiosi perché non riusciamo più a percepirci capaci di gestire e padroneggiare l’incertezza esistenziale, ovvero il terreno su cui si poggiano le prospettive di vita.

Le paure quando vengono portate alla luce acquistano una fisionomia capace di manifestare il volto più vero dell’umano e della realtà che lo circonda. Spesso dischiudono cammini e disvelano risorse che non si immaginava di possedere. Le paure pertanto non sono soltanto dei buchi neri dove essere risucchiati, ma conducono misteriosamente un arcano respiro di vita e ad una rinnovata fiducia. Il coraggio nasce però proprio dalla capacità del cuore di non fuggire le paure che soffocano la vita, ma di agire e affrontare le incertezze e le minacce che subisce. Solo guardando le paure che assalgono l’esistenza si può trovare la forza di attraversarle, anche se sono motivo di angoscia e di conflitto, e trovare infine il coraggio di non lasciarsi andare all’abbattimento, alla disperazione e alla tristezza. Qui entra in gioco la a speranza, una virtù oramai dimenticata, quale disposizione intima alla paura capace di dare fiducia e gettarsi in avanti coraggiosamente, di costruire il futuro. La fiducia è la forza che, come ha affermato il filosofo Salvatore Natoli, permette di abitare attivamente il presente in vista del mantenimento e del rafforzamento dei beni futuri e dello stesso futuro del bene.

L’autore Paolo Greco ha conseguito la Licenza in Teologia Fondamentale presso la Facoltà Teologica di Assisi. Insegnante di religione e giornalista pubblicista. Attivo nel sociale e la promozione della cultura della legalità e dell’inclusione della cittadinanza attiva e responsabile, collabora con l’Opera don Giustino Onlus fondata da don Antonio Coluccia e l’Associazione CeRFEE. Tra le sue pubblicazioni: Dall’esilio all’esodo. La fede esposta all’incertezza dei tempi nuovi, Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ) 2015; Abitare la terra con lo sguardo di Dio. Don Giustino Russolillo: spiritualità e messaggio, Paoline, Milano 2017.