• 08/04/2020
  
ERMES EDUCATION

Capire il cambiamento

Rivista di Pedagogia Ermeneutica Esistenziale
I. Asimov

17 maggio 2157. Due fratelli trovano un libro in soffitta. Inizia così il racconto “Chissà come si divertivano” edito da Mondadori nell’antologia “Il meglio di Asimov” (1975). È un libro vero. Ha pagine da sfogliare. Si può anche rileggere una volta finito. Ma ancora più sorprendente per Tommy e Margie è scoprire che parla di scuola. “Cosa c’è da scrivere, sulla scuola?”, dice Margie, mentre pensa al suo insegnante-robot, “largo, nero e brutto, con un grosso schermo sul quale erano illustrate tutte le lezioni e venivano scritte tutte le domande”, con quella “fessura dove lei doveva infilare i compiti e i testi compilati”. Ma Tommy le spiega che la scuola di cui si parla nel libro è diversa, è “un tipo di scuola molto antico, come l’avevano centinaia e centinaia di anni fa”. E il “maestro” era in carne e ossa, non un robot. Ma come fa un uomo a “saperne quanto” un robot? Margie è sempre più perplessa. Un uomo che insegna a tutti le stesse cose, in un “edificio speciale” chiamato “scuola”, che non è “regolato” per adattarsi “alla mente di uno scolaro”? In tempi di didattica individualizzata e personalizzata, le intuizioni di Asimov suonano profetiche. Ma a scuola ci si va ancora. Le lezioni, per quanto digitali, sono pur sempre “in presenza” e i compiti non vengono corretti da un elaboratore meccanico. O, almeno, fino a ieri.

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Senza dubbio in questi giorni di quarantena, di direttive ministeriali, di isolamento forzato e volontario, Asimov si sarebbe compiaciuto di vedere la sua immaginazione compiersi e prendere forma. O forse no. Forse non avrebbe gradito l’idea di impalmare il “coronavirus” come motore del progresso tecnologico e della didattica digitale. Con le scuole chiuse, i docenti sperimentano contatti mediati. Addio alle parole scambiate con i colleghi sulla soglia della campanella, addio stiracchiamenti e sbadigli della prima ora, cenni d’assenso dei più diligenti, con le mani che scrivono e si alzano a chiedere chiarimenti, addio compiti solo abbozzati dei più lavativi, battute sussurrate a mezza voce, domande fuori tempo e che sorprendono per il loro acume. Impossibile stilare in questa sede l’elenco di una giornata scolastica senza tralasciarne le vibrazioni, le impressioni sottili, le inquiete vittorie. Delusioni comprese. Di questo microcosmo ci sfuggono i dettagli, evanescenti nei ricorsi del deja-vu.

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“Chissà come si divertivano” pensò Maggie dei ragazzi che “ridevano e vociavano nel cortile, sedevano insieme in classe, tornavano a casa insieme alla fine della giornata. Imparavano le stesse cose, così potevano darsi una mano a fare i compiti e parlare di quello che avevano da studiare. E i maestri erano persone…”. Sembra di sentire parlare un extraterrestre da un futuro remoto. Eppure il futuro di Asimov è inscritto nel presente del COVID-19: il tempo è così lento che in confronto ben poca cosa sono le ore scandite dalla campanella in una classe troppo vivace. Le lezioni audio registrate sembrano senza destinatario e dalle mail degli studenti si percepisce la distanza del messaggio sospeso. Sperimentiamo davvero il digitale quando le alternative mancano. Perdere la nostra vita sociale è un po’ come perdere la nostra umanità, e nella separazione dal consorzio umano siamo segregati, isolati dal virus, che ci ha inoculato l’infezione del sospetto, della diffidenza, della paura. Il contagio della solitudine dilaga allora come un morbo solitario innestato sul tronco della nostra anima. E allora sforziamoci di ripensare al libro non come reperto archeologico, ma come germoglio vivo i cui estremi emittente-destinatario siano mobili e intercambiabili. Pensi dunque, ognuno di noi, proprio adesso, al rumore familiare di una voce che risponde ad una voce, ad uno sguardo restituito, al vociare concitato di una classe mentre la finestra lascia filtrare il tepore della primavera appena sbocciata. La vita non passa dai circuiti di un “maestro meccanico” che calcola “i voti a una velocità spaventosa”; la vita per circolare ha bisogno di spazi reali, di situazioni, di imprevisti. Non è un ingranaggio da riparare, ma un’esistenza in relazione, pratica quotidiana di umanesimo.

Francesca Valli, in Pangea, 28 Febbraio, 2020