• 08/04/2020
  
ERMES EDUCATION

Capire il cambiamento

Rivista di Pedagogia Ermeneutica Esistenziale
Coronavirus
Il vocabolario del virus: Gli slogan diventano mistica  
Le città sono “spettrali”, la situazione è “surreale”, d’altronde, “ognuno deve fare la propria parte”.

 

Il contagio impone un nuovo vocabolario, un inedito rosario di aggettivi ricorrenti, certe parole che emergono, improvvise, dall’anonimato del discorrere. Ogni parola ha in sé un carico di avvertimenti, di emergenze culturali, di sensi sottili. Cominciamo a dare forma al vocabolario del virus.

Spettrale: La città vuota di umani è “spettrale”, alcova di spettri – i nostri ricordi, le malinconie affilate dalla solitudine? –, degna scenografia dell’oltretomba. D’altronde, la città, a differenza del bosco, non ha vita, dall’asfalto non cresce un bosco di betulle, i pilastri di cemento non cibano scimmie o poiane. La letteratura e il cinema – dalla città di Dite alla New York di Io sono leggenda – non ci hanno abituati alla metropoli “spettrali” e leggere Edgar Allan Poe, Lovecraft o Stephen King non aiuta a misurare la perplessità che lega il deserto urbano agli ospedali gonfi di malati. Per questo, forse, vedere una città in rovina, le rovine accerchiate di piante, colonizzate da tigri e cervi, dona una profilata idea di benessere: abbiamo creato spazi infelici, inadatti alla vita, “spettrali”. Meno ancora che “spettrali”, però, perché la città non è il luogo dove appaiono i morti, ma quello in cui muoiono i vivi. Tuttavia, spectrum si fonda sul verbo specere, vedere: la città deserta è uno spettacolo, questo tempo è qualcosa che fonda una attesa, una aspettativa.

Surreale: Magari fosse “surreale” la vita capovolta che ci capita di vivere, costretti alla reclusione, contagiati dal panico o da una sotterranea forma di quiete. Surreale è ciò che supera la realtà per eccesso di profondo, “che esprime o evoca il mondo dell’inconscio, della vita interiore del sogno”, dice la Treccani. Magari le nostre case diventassero incubatrici del sogno, cubi in cui s’incuneano desideri inauditi. Magari, da ora, la nostra vita reale fosse quella al di là della realtà, nel paradigma degli enigmi, nella foresta dell’estro onirico. “Surreale” rimanda per ovvietà al Surrealismo, movimento estetico e d’estasi coniato da André Breton, che postulava la “massima libertà dello spirito”. “Le allucinazioni, le illusioni, eccetera, sono una fonte non trascurabile di godimenti”, scrive Breton nel “Manifesto” del 1924. “Viviamo ancora sotto il regno della logica… Il razionalismo assoluto che rimane di moda ci permette di considerare soltanto fatti strettamente connessi alla nostra esperienza. I fini logici, invece, ci sfuggono. Inutile aggiungere che l’esperienza stessa si è vista assegnare dei limiti. Gira dentro una gabbia dalla quale è sempre più difficile farla uscire. Anch’essa poggia sull’utile immediato, ed è sorvegliata dal buon senso. In nome della civiltà, sotto pretesto di progresso, si è arrivati a bandire dallo spirito tutto ciò che, a torto o a ragione, può essere tacciato di superstizione, di chimera; a proscrivere qualsiasi modo di ricerca della verità che non sia conforme all’uso”. Più che avere note negative o grevi, la parola surrealismo significa disporsi alla ricerca della verità, rompere le gabbie, o meglio, fare della propria casa-gabbia un Everest, il Tabor. D’altronde, ci è mai garbata la realtà? Superiamola con un salto.

“Ognuno deve fare la propria parte”: Lo dicono tutti, dai Ministri alle star che ci convincono quanto sia bello stare a casa (se la casa è bella; la casa imposta, per altro, è utile a comprendere l’origine nomade dell’uomo). È lo slogan del premier Conte. Nessuno, a dire il vero, potrebbe fare parti che non siano la propria; siamo partigiani del nostro privato, di una proprietà che sentiamo, ora, claustrofobica. Per il bene di tutti, ognuno deve farsi da parte, fare la parte. L’allusione è teatrale: bisogna recitare il proprio ruolo nel gran teatro del mondo contagiato. Piuttosto, il tutto esiste se le parti funzionano: sembra di udire San Paolo ai Corinti, “se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; se un membro ha gloria, tutte le membra gioiscono con lui. Ora, voi siete corpo di Cristo, ognuno secondo la propria parte, sue membra” (1 Cor 12, 26-27). Facendo scempio dell’ordine sacro, lo Stato esiste come corpo se tutti i cittadini-membra fanno la loro parte, in astrale armonia. Eppure, se ognuno fa la sua parte a ciascuno deve essere data, in verità, la propria parte… Il sostantivo femminile ci conduce anche a una considerazione mistica. Del tutto, infatti, rimarrà una parte – quella su cui si fonderà una nuova idea di tutto. Il concetto, terribile e salutare, è espresso nella Bibbia, ad esempio, nel capitolo 10 di Isaia. Israele sarà vagliata dal male, sarà dispersa, perduta. In ogni cosa c’è una necessità di dispersione e di disperazione. La luce si affievolisce, bisbiglia, ma da una brace si ripeterà il fuoco. “Il resto d’Israele, i superstiti della casa di Giacobbe/…si appoggeranno con fede/ sul Potente, sul Santo d’Israele/…anche se il tuo popolo, Israele/ fosse come la sabbia del mare/ solo un resto tornerà”. La giustizia si esprime nella prova; la prova scuote il tutto, lo vaglia, lo spezza; la parte superstite riconoscerà il grande, si affiderà, ricomponendo le luci perdute. In questo modo lo slogan politico assume valore di avvenire. Una cosa va spezzata perché si ricomponga in altro. (d.b.)

Pangea, 11 Marzo, 2020

 

 

Il vocabolario del virus: “Casa”, ” Clausura”, “Prigionia”
Fare della propria casa il luogo dell’esclusivo e non dell’esclusione

 

Casa: La casa, proprietà prima dell’uomo, da ambizione è diventata costrizione. Si dice che “bisogna avere almeno un tetto sopra la testa” per soddisfare i bisogni primari dell’uomo. L’uomo definisce la propria personalità attraverso la casa: avere una casa è diritto e vanto, l’arredamento, più o meno audace, racconta il gusto, dunque, si dice, il carattere, l’anima di chi lo ha composto. Ti invito a casa per farti entrare nel mio cuore. Che paradosso: l’uomo è sancito dalla casa eppure “le volpi hanno tane, gli uccelli del cielo il nido ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Mt 8, 20). Sembra che insussistenza e nomadismo segnino la via del Figlio: l’uomo ha casa, Dio no; le creature hanno un riparo, il Figlio è esposto al pericolo.

La casa, in effetti, è sostanzialmente il luogo a cui fare ritorno, non quello in cui abitare. Il compito del cristiano non è volteggiare in casa e farsi vanto di essa, ma vivere per avviarsi verso “la casa del Padre mio” dove “vado a prepararvi un posto” (Gv 14, 2). D’altronde, negli omerici la casa è il ristoro dopo la guerra, il luogo dell’accoglienza dopo la prova: per Ulisse Itaca è la giovinezza e la speranza, l’amore e il fato organizzato in campi, bestie, tramonti, per questo vuole tornarvi. Etimologicamente, la casa ha a che vedere con l’atto di coprire, con la pelle e il riparo. Con l’ombra. Allora, come sapevano i mongoli, è più efficace la tenda: il riparo, sempre uguale e sempre diverso, che asseconda il mio destino di conquista. D’altronde, il monaco poeta Saigyo si riparava all’ombra dei ciliegi e Basho si fabbricava un frugale rifugio tra le foglie del banano. Localizzarsi in una casa terrorizzava questi maestri della transitorietà.

La casa, però, non è un luogo ma un covo, un cunicolo, un crocevia di relazioni. In questi giorni forzati, vive bene chi ha una casa vasta e ricca di amabili beni. Chi ha una palestra in casa evita che la casa si divori ciò che resta del suo corpo. Chi condivide una casa minuscola con molte persone rischia il cannibalismo. C’è, però, anche un cannibalismo degli affetti. La casa è il luogo a cui tornare, ripeto, non lo spazio da abitare di continuo. Alcune relazioni, condizionate dal contagio, troveranno resurrezione; altre collasseranno nel rancore, nell’attesa disattesa. I figli usciranno dal mutismo per coalizzarsi ai padri o li uccideranno prima del tempo? La casa è, a seconda dei casi, un anello che benedice l’unione o un cappio da cui scappare. Di certo è un luogo pieno di nodi, di legami.

Per questo, per sopravvivere all’eccezionale, la casa deve farsi clausura. Chi sceglie di recludersi non si chiude, esplode. Converge le proprie energie in un punto, come la lente raduna la luce in un fascio, in un’asta. Fa dell’ascesi un’ascesa, della vita un destino. Anche l’imposizione, squalificata come ‘prova’ è presa come ‘premio’. “Va’, resta nella tua cella, e la tua cella ti insegnerà ogni cosa”, dice abba Mosè a un eremita. Se per il prigioniero, che ha una vita fuori di sé, la casa-cella è qualcosa che esclude, per l’eremita, che non ha nulla dentro e oltre di sé, è la possibilità di un esclusivo rapporto con Dio. Ecco, la casa – mero riparo, come due mani messe a forma di vaso sopra il nostro capo – è il luogo dove respirare l’esclusivo. Ma una volta che diviene abito-abitudine – dove la famiglia non si eleva in calice – la casa va estirpata, a ragione dell’inconsistenza dell’uomo, del suo vagabondaggio. “Un giorno, mentre abba Daniele e abba Ammoe erano in cammino, abba Ammone disse: ‘Quando ci fermeremo anche noi in una cella, padre?’. Gli rispose abba Daniele: ‘Perché, c’è qualcuno che ci toglie Dio? Dio è nella cella e Dio è fuori’”. (d.b.)

Pangea, 12 Marzo, 2020

 

 

Il vocabolario del virus:  “Mascherina”, “tutte le protezioni”, “guanto”.
Quando lo sguardo è l’unica terra ferma in cui far approdare la disperazione del paziente in terapia intensiva.   

 

In queste settimane in cui veniamo ingozzati di cifre, grafici e informazioni sul virus un altro vocabolario si sta formando e scava nel nostro cervello. Improvvisamente quasi tutti dicono “DPI (dispositivi di protezione individuali)” ma pochi conoscono davvero il significato e la giusta applicazione di tutti quei mezzi che ci permettono di proteggerci dagli altri e di proteggere gli altri da noi. Perché metterci una mascherina chirurgica fa molto disinfettato e pulito in questi tempi di terrore.

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Ma la mascherina ci protegge dagli altri e serve, a sua volta, a proteggere gli altri da noi. In questi tempo di assalto al prossimo senza scrupoli la maschera ci è necessaria perché rende il volto un campo arato male, resta solo il nero delle pupille come due isole dallo spazio. Ed è sempre da queste due isole però che i professionisti sanitari guardano i pazienti che si trovano davanti. Al paziente non resta che affidarsi totalmente a quello che di carne e di umano viene concesso alla vista. Chi sta male sa che la fiducia va concessa anche alla maschera. Il contatto è quasi vietato, va limitato al massimo. Per la paura vorremmo che scomparissero anche la voce e i gesti. Non toccateci, non parlateci. Fate quello che volete, ma fatelo dove non possiamo vedervi, dove non potete raggiungerci.

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Lo sguardo quindi diventa l’unica terra ferma in cui far approdare la disperazione del paziente in terapia intensiva; esseri umani che ai nostri occhi – quelli di chi sta fuori – diventano corpi e respiri da temere. Allora tutta l’empatia che poi è il motore del lavoro dei professionisti sanitari si va a nascondere dietro le tute di protezione, suda e si sfinisce insieme a loro. Trova anche in questo estremo di paura un posto in cui fare il nido, aspettare, non abbandonare le persone che stanno dentro ai camici. Io mi auguro con tutto il cuore che i miei colleghi sfiniti in prima linea negli ospedali, finito tutto questo, abbiano ancora un fondo segreto, un punto sicuro a cui tenersi. Le tute e i camici sterili ora non sono più fermi nel ricordo di qualche serie TV, sono ovunque, ve li sognate anche di notte. Forse qualcuno sogna davvero di averceli in casa. L’altro ci terrorizza, l’altro ha qualcosa di invisibile, qualcosa per cui non possiamo esser certi di incolparlo. Ma il camice è un’altra giustificata barriera, annienta tutte le forme. Se prima i sanitari erano ancora uomini e donne identificati nel ruolo dal colore della divisa, ora il camice e la tuta ti privano anche del minimo riconoscimento delle forme. Sei una macchia bianca che cammina, che salva, a cui ci si affida anche se non hai identità alcuna. Conta solo cosa puoi fare, fino a dove riesci a resistere.

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In questo momento di numeri su cui continuamente veniamo aggiornati quello che conta dentro gli ospedali sono i gesti minimi, sono gli sguardi. Le parole perdono di validità, se parlare vuol dire avvicinarsi, rischiare. I gesti minimi sono quelli che ci salvano o che ci condannano. Toccarsi l’occhio che prude, mangiarsi le unghie. Oppure togliersi male il guanto perché si è sfiniti, dentro le tute non si respira, le mascherine stringono. Il guantoNel guanto risiede tutta la proibizione del tocco, con le mani conosciamo le prime cose del mondo, con le mani ci aggrappiamo prima di precipitare, con le mani diciamo tutto ciò che non possiamo dire. Con le mani accarezziamo il viso di chi forse sta in quel letto e non ci sente. Con il guanto siamo protetti ma privati.

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La protezione è anche privazione. E la forma di privazione a cui sono sottoposti tutti i sanitari è totale: gli occhi vanno protetti dagli occhiali, i capelli dalla cuffia, il corpo dal camice, le mani dai guanti, la bocca e il naso dalla mascherina. Sono privati di tutte le forme comunicative. Con questa pandemia abbiamo tutti imparato parole nuove, abbiamo ora anche l’immagine di questi “dispositivi di protezione individuale” che ci circola nella testa. Non abbiamo imparato però che a chi sta a casa è imposta una sola di queste privazioni: uscire di casa. Direi che possiamo anche farcela. La protezione passa anche per diversi gradi di privazione, ai cittadini viene chiesto un primo semplice scalino.

Clery Celeste, Pangea 14 marzo 2020