• 20/11/2019
ERMES EDUCATION

Capire il cambiamento

Rivista di Pedagogia Ermeneutica Esistenziale

Le esperienza fondamentali per lo sviluppo della persona

Premessa

In questo breve articolo vogliamo brevemente rispondere ad alcuni interrogativi:
Quali esperienze fondamentali segnano lo sviluppo dell’identità, in cui si gioca la possibilità dell’individuo di diventare se stesso? Quali i compiti di sviluppo a cui nelle diverse fasi dell’esistenza è chiamato a rispondere?
Possiamo individuare nel cammino verso lo sviluppo del Sé – o del vero Sé nel senso di D. Winnicott – alcune tappe imprescindibili su cui tutta la ricerca psicologica concorda?
Una breve disamina della letteratura della psicologia dello sviluppo, ma anche di quella dell’adulto, può offrirci indicazioni preziose che l’educatore saprà poi declinare in termini pedagogici.

 

  1. Infanzia e fanciullezza

 

La relazione è l’ambiente in cui la vita può crescere

Le ricerche sia di matrice filosofica che psicologica sono concordi nel riconoscere che non si può parlare della persona e della sua realizzazione se non in chiave relazionale. L’ambiente in cui la vita germina è fin dalle origini relazionale, come dimostrano anche le più recenti ricerche della neonatologia, e non è possibile pensare all’individuo se non in stretto rapporto con l’ambiente familiare, sociale e naturale. Siamo parti di un sistema, di un tutto, in cui e con cui interagiamo. Questo scenario in cui cercheremo di collocare le fondamentali esperienze che ciascun individuo è chiamato a fare è imprescindibile per comprendere lo spessore e il senso di ciascuna.

«Assume sempre più posizione centrale nella nostra comprensione del bambino l’esperienza d’incontro con la madre, la costruzione di una reciprocità relazionale frutto di interazioni continue co-regolate ed è alla relazionalità che viene attribuita la funzione di strutturare la psichicità  infantile, gli assetti personologici futuri».

Come afferma A. Adler: «Il bambino e la madre sono reciprocamente dipendenti, e questa relazione non solo deriva dalla natura ma ne è favorita….Il ruolo della madre è quello di richiedere la cooperazione del bambino. Ella con l’allattamento e le altre trasformazioni funzionali del suo corpo…ha bisogno del bimbo proprio come lui ha bisogno di lei; infatti per natura essi sono interdipendenti e la possibilità che il sentimento sociale si sviluppi dipende proprio da questa reciproca interazione».

Il costrutto “sentimento sociale” che rappresenta uno dei pilastri della teoria adleriana si basa sul riconoscimento che il sentimento di tenerezza della mamma nei riguardi del suo bambino stimola un’attitudine innata del figlio alla socialità che via via si allargherà ad altre persone e ad ambienti di vita sempre più vasti:

«Lo sviluppo del bambino è sempre più permeato dalle relazioni sociali. Infatti gradualmente fanno la loro comparsa le prime manifestazioni dell’innato sentimento comunitario e le prime espressioni di tenerezza influenzate da un substrato costituzionale e protese a ridurre la distanza con il mondo degli adulti…»

Lo sviluppo sano dell’individuo sarà, dunque quello che favorirà la sua tendenza innata all’empatia come capacità di “Vedere con gli occhi di un altro, udire con le orecchie di un altro, sentire con il cuore di un altro”- capacità che nelle ricerche recenti in campo neurologico, trova le sue basi nella presenza di neuroni specchio già attivi fin dalla nascita nel bambino- e la sua predisposizione alla realizzazione del bene comune, considerata da Adler, pulsione primaria.

«Il continuo sviluppo del sentimento sociale consente di supporre che la sopravvivenza dell’umanità sia legata alla nozione di bontà».

Come bene esprime Maria Luisa Mondello, psicoterapeuta di bambini, adolescenti e famiglie modello Tavistock, ordinario AIPPI:

«Riteniamo i bambini culturali, relazionali, raffinati comunicatori, competenti conoscitori dell’altro e del mondo. Naturalmente a patto che gli adulti, la madre si tengano in relazione, comunicazione, ricerca di senso con e per il bambino».

Si tratta di interrogarsi e quindi di intervenire sulle condizioni che permettono o ostacolano un sano sviluppo del bambino che –forse in tono meno romanticamente ispirato, più dimesso, ma proprio per questo anche più condivisibile -Selma Freiberg connota come il:

«Mantenimento, all’interno della personalità, di un equilibrio tra le fondamentali esigenze umane e i desideri egocentrici da una parte e le richieste della coscienza e della società dall’altra».

 

La fiducia di base, frutto di relazioni positive con l’ambiente materno

Una madre che sa sintonizzarsi con i bisogni del suo bambino e rispondervi adeguatamente favorisce in lui lo sviluppo di quella predisposizione verso sé stesso, gli altri e la vita tutta che lo psicoanalista E. Erickson chiamerà “fiducia di base”.

 Nella prima fase dello sviluppo: la fase orale,  il bambino impara la modalità del prendere e del dare. Il prendere il seno della mamma, il suo latte, presuppone la possibilità di rilassarsi. Il calore del corpo materno, il latte buono che da esso proviene costruiscono l’esperienza del sentirsi  accettati e sostenuti , del sentirsi amati gratuitamente e incondizionatamente, di trovarsi in un “porto sicuro”. Dalla fiducia di base scaturisce la capacità di dire “sì” alla vita. 

La fiducia di base rappresenta “lo sfondo di sicurezza” (Sandler, 1960) su cui possono crescere tutte le altre relazioni anche quella con Dio. 

La prima esperienza su cui si costruirà l’identità del bambino è lo sguardo della madre che lo rispecchia con tenerezza e che gli rimanda l’immagine di se stesso come persona degna di essere amata. 

Il rispecchiamento dei genitori può anche fallire perché l’immagine del bambino che essi riflettono non è reale. Essi esaltano il bambino per soddisfare i loro bisogni narcisistici. Questo fa si che il bambino non si senta accettato per ciò che è e si avverta sempre inadeguato rispetto ai desideri irrealistici dei suoi genitori . 

Con il crescere dell’età la percezione di separatezza tra il bambino e i genitori si accentua e si accompagna alla percezione della propria piccolezza riguardo all’adulto. In questa fase che Freud chiama edipica per indicare la presenza della necessaria conflittualità con le immagini dei genitori a cui il bambino vorrebbe rassomigliare è anche quella in cui il bambino deve riconoscere il suo limite (egli è piccolo, non è il papà o la mamma), ma in cui può anche sviluppare la speranza di crescere per diventare come loro. La percezione della propria piccolezza e dipendenza e dell’incapacità di tenere sotto controllo gli avvenimenti esterni ed interni  può trovare nell’immagine di Dio e nella religione un contenimento per cui il bambino apprende che la perdita non è senza ritorno, che la colpa può essere riparata da una sua azione integrativa, che la sua aggressività può essere contenuta dall’altro a cui si affida, riducendo così il pericolo di distruzione dell’altro e di sé.

 

L’esperienza di sé come soggetto vitale e creativo

Il bambino esperimenta fiducia non solo nella forma di accoglienza e consolazione, propria del matriage, ma, soprattutto dalla seconda infanzia, anche nella forma “paterna” di accompagnamento, quella che spinge all’autonomia e all’iniziativa. La fiducia diventa la base sicura da cui partire per esplorare il  mondo.

Il sentimento di autoefficacia che nasce dalla consapevolezza di poter sviluppare competenze e raggiungere obiettivi concreti ed è confermato da piccoli e grandi successi, è fonte di gioia e di gratificazione. Il bambino che cresce non si contenta di ricevere aiuto, ma “vuole fare da solo”. Desidera che gli adulti significativi siano fieri di lui e che i piccoli amici lo stimino. Scopre il gusto del pensare e di agire efficacemente sulle cose. Assapora le nuove potenzialità del suo corpo e della sua mente. E’ fiero di ciò che riesce a creare.  Dal punto di vista psicologico, non è irrilevante che la mamma e il papà gli dimostrino di amare la sua crescita e di non temerla. Ugualmente importante che essi incoraggino i suoi sforzi e non lo facciano vergognare dei suoi inevitabili errori. 

 

Attratti dalle bellezza, catturati dal mistero

La spinta insopprimibile alla relazione conduce la persona, in ogni età della vita a vivere l’esperienza estetica che porta sulla soglia del mistero.

Scrive Donald Meltzer .

«La qualità estetica dell’esperienza umana è proprio nel vivere una relazione intima, di vera conoscenza – quasi in senso biblico: di comunione con l’oggetto. Il prototipo di tale esperienza è sempre stato rappresentato dal primo rapporto con la madre: basti pensare alle innumerevoli raffigurazioni artistiche di Madonne col bambino. Un bebè, al momento della nascita, è colto da panico e da estasi. La frammentazione panica viene ricomposta e modulata dalle braccia della madre, dalla sua voce, dal suo odore e solo lo sguardo di lei apparirà al piccolo come una sorta di santuario in cui l’appassionato anelito verso la bellezza di questo nuovo mondo potrà trovare quella reciprocità necessaria a renderglielo sopportabile»

Il volto della madre vela tuttavia il mistero della sua identità. È proprio questo mistero che genera anche timore nel bambino. Solo la disponibilità a sostenerlo finché nell’incontro e nella conoscenza non si sveli l’identità dell’altro permette la salvezza. «Si può essere salvati solo dalla ricerca di conoscenza, dal desiderio di conoscere più che di possedere l’oggetto del desiderio: il desiderio rende possibile, perfino essenziale, dare all’oggetto la sua libertà».

Riconoscere la bellezza e goderne è caratteristica di una personalità autenticamente umana. Essa si declina nella capacità di:

  1. a) evitare una fissazione a bisogni meramente egocentrici; 
  2. b) evitare l’incapacità schizoide di rallegrarsi della vita; 
  3. c) provare sentimenti di gioia, felicità, stupore, interesse nei confronti di cose e persone dell’ambiente reale, viste come piacevoli e valide di per sé, e, quindi, 
  4. d) sperimentare la vita nella sua totalità come una realtà gratificante e significativa, e perciò 
  5. e) apprezzarla positivamente in una visione complessiva e trascendente. 

 

Dalla  percezione della bellezza all’atteggiamento della gratitudine 

Da un punto di vista psicologico, il fenomeno della gratitudine nasce dall’interesse per la fonte e l’origine di esperienze di piacere. 

La radice organico-psichica di tale interesse, e quindi della prima forma di gratitudine (e presupposto per le forme ulteriori), può essere rinvenuta nella disponibilità originaria del neonato a rivolgersi con i suoi bisogni alla madre, a sperimentare le sue cure come piacevoli e “buone” e a contraccambiare il piacere ricevuto. Anche se il bambino impara a dire “grazie” in modo formale, condizionato dall’ambiente, egli prova tuttavia, nei confronti dei suoi genitori e di altre persone di riferimento, uno spontaneo sentimento di amore e gratitudine. Nella gratitudine, l’individuo gode di una soddisfazione non soltanto autocentrata, ma anche allocentrica: si rende conto, infatti, di dovere tale soddisfazione a un altro, che essa è un dono. Provare gratitudine significa riconoscere il carattere di dono di un beneficio e rivolgersi consapevolmente e amorosamente al donatore che n’è all’origine, rallegrarsi con lui e trovarlo degno d’amore.

Man mano che aumenta la curiosità del bambino sull’origine di sé stesso (sulla sua nascita), dei genitori e di tutto il mondo, il suo atteggiamento positivo nei confronti della vita assumerà le caratteristiche di una “gratitudine anonima” (B. Schwartz): in particolari momenti di gioia, egli si sentirà il bisogno di ringraziare per la sua vita e per il mondo un’origine e un donatore che trascende i suoi simili.

La possibilità di fare esperienze positive di relazione,  di cura e di reciproco piacere permette al bambino di sentire la saldezza dei legami anche in assenza delle figure di accudimento.

Nell’esperienza del bambino la possibilità di sopportare l’assenza della madre è data dall’acquisizione della permanenza dell’oggetto: essa tornerà, il bambino avverte di essere presente nella sua mente. Quando questo processo si realizza positivamente il bambino può pregustare la gioia dell’incontro come momento di festa. Si parla in questo caso di attaccamento sicuro. Nei casi in cui la madre delude le aspettative del bambino – l’attesa è troppo lunga e , quindi, insostenibile; i ritmi assenza – presenza sono irregolari e imprevedibili e generano ansia, – il bambino esperimenta uno stato di confusione e smarrimento e alla speranza subentrano la delusione e il senso di  abbandono.

Se invece sono misurate alla sua capacità di tollerarle, il bambino collega l’assenza  – in cui egli sa di essere presente nella mente della madre- con l’aspettativa della gioia del suo ritorno.

Il presentimento della gioia può maturare in quell’atteggiamento di speranza che permette di accogliere il futuro nella sua incertezza e che, da un punto di vista religioso, fonda la fede nelle realtà ultime.

 

2. Lo snodo dell’adolescenza

 

Nell’adolescenza tutte le esperienze primarie maturate nelle fasi precedenti vengono richiamate, messe in crisi e ridefinite per rispondere ai nuovi compiti di sviluppo.

L’adolescente entra in una nuova dimensione di vita, deve adattarsi a nuove condizioni, è vulnerabile e dipendente, se non dalle cure fisiche del suo ambiente, dai suoi giudizi, da cui spesso cerca di difendersi, rifugiandosi dietro uno scudo di aggressività o indifferenza. La sua autostima è così fragile che basta un nulla per farlo cadere in depressione. La psicoterapeuta francese F. Dolto lo paragona a un gambero che perde il suo guscio e si nasconde dietro le rocce, finchè non ne ha secreto un altro. Se viene colpito in questo momento, le ferite inflittegli saranno incancellabili. La perdita del suo rapporto infantile con i genitori è un lutto difficile da rielaborare: è come se il bambino piccolo morisse per poter diventare qualcosa d’altro: «Sedia, tavolo o Dio», come esclamava pittorescamente il professore citato dalla psicoanalista francese.

Nella ridefinizione della sua identità egli ha bisogni di compagni e di alleati.

 

Il rapporto con i coetanei

Per la crescita dei ragazzi, l’amicizia è importante come l’aria per la vita. L’identificazione in una persona scelta liberamente, più o meno della stessa età, al di fuori della famiglia, sostiene il processo d’identità dell’adolescente che non si trova solo a fronteggiare le molteplici trasformazioni fisiche e psichiche. “Lui (lei) mi capisce, prova le stesse cose, gli (le) posso confidare tutto, non mi giudica, mi ascolta” così è descritto generalmente il rapporto di amicizia, arcipelago importante nel paesaggio delle nuove appartenenze del giovane. Spesso essa assume le caratteristiche di una relazione gelosa ed esclusiva, come se si volesse ricreare il rapporto simbiotico tipico della prima infanzia: la fedeltà dell’amico, la sua capacità di ‘mantenere il segreto’, di comprenderti in ogni circostanza sono le qualità più apprezzate; l’adolescente si mette alla prova in un rapporto affettivo che prolunga, sostituendolo, il caldo contenitore della famiglia e al tempo stesso prepara i nuovi legami di coppia.

Spesso gli adulti criticano il bisogno dell’adolescente di uniformarsi al gruppo dei pari, lo considerano un rischio, l’espressione di una carenza di personalità: in realtà esso è un passaggio indispensabile.

Espulso dall’infanzia, sulle soglie del mondo degli adulti, senza patria e senza paese, egli cerca qualcuno, nelle sue stesse condizioni, con cui condividere i nuovi spazi di scoperta di esperienza e anche di trasgressione. Ecco perchè spesso gli amici sono tanto diversi da quelli che desidererebbero i genitori: la scelta di un amico, così lontano dai modelli proposti dalla famiglia, può essere la spia della voglia di esplorare parti ignote di sè e del mondo, zone misteriose e affascinanti, proprio per quell’alone di pericolo che le circonda.

A volte, i genitori, timorosi che il figlio scelga amici “pericolosi”, cercano quasi di sostituirli, non senza rischi, però. Infatti o si nega al ragazzo di stringere relazioni sociali al di fuori dell’ambito familiare, facendone un escluso e un isolato, o lo si rende ‘orfano’ di quel genitore che, assumendo i panni dell’amico, non assolve più la sua funzione di punto di riferimento adulto che deve porre regole, e ‘fronteggiare’ il figlio, proprio per aiutarlo a conquistare la sua identità, staccandosi senza troppi sensi di colpa dalla famiglia.

Inserirsi in un gruppo, in una compagnia è in realtà una condizione indispensabile per la maturazione della personalità: oltre ad esperimentare un senso di appartenenza, il ragazzo impara a confrontarsi con gli altri, a limitare il proprio egocentrismo in favore delle loro esigenze, a negoziare e a collaborare. Il consiglio o il rimprovero dei coetanei hanno un’influenza più forte di quelli dell’adulto e rappresentano un potente stimolo al cambiamento. Anche le inevitabili delusioni costituiscono un’insostituibile palestra di vita. 

 

Quando la famiglia è un nido troppo comodo

Mentre nel passato si registravano quasi in ogni famiglia i conflitti generazionali tra padri e figli, caratterizzati da forti momenti di ribellione al padre autoritario, con conseguente abbandono del nucleo familiare, oggi assistiamo al generale fenomeno di convivenza pacifica tra le mura domestiche. I figli trovano la loro autonomia all’interno della famiglia stessa che funge spesso da albergo accogliente e per di più gratuito. Non si sente il bisogno di volare fuori dal nido, ma al contrario si scopre che è confortante (ed economico!) rimanere con mamma e papà, anche quando la presenza di un lavoro permetterebbe di crearsi un’esistenza indipendente.

Alla ribellione delle generazioni precedenti si sostituisce un accentuato narcisismo: la famiglia diventa quasi un grande utero che avvolge e sostiene, ma, al tempo stesso limita lo sviluppo e la crescita dell’individuo.

Ma del resto perchè volare via se non si sa verso chi e che cosa volare e a quale scopo rischiare l’ignoto? 

Parafrasando il titolo di un libro molto fortunato del gesuita americano De Mello, si potrebbe dire che un certo modo di crescere i figli e di prospettargli la vita rischia di trasformarli in tanti ‘polli’ che paurosi di orizzonti più vasti, si accontentano di becchettare qua e la nell’aia domestica.

 

L’adultità emergente (emerging adulthood): una nuova categoria?

Questa categoria, proposta dal sociologo Jeffrey Arnett, si riferisce alla fase di vita tra la tarda adolescenza e l’età adulta, in cui i compiti di sviluppo dell’adulto non sono ancora stabilizzati. Si riferisce a quei giovani adulti che non hanno figli, né un’abitazione indipendente da quella dei genitori, né usufruiscono di un reddito sufficiente per essere completamente indipendenti. Essi vivono un intervallo di tempo durante il quale « non sono più ‘badati’ dai loro genitori o coinvolti nella rete di ruoli adulti e hanno l’eccezionale opportunità di provare differenti modi per vivere e differenti opzioni di amare e di lavorare» .

«In questo modo, possiamo presentare l’emerging adulthood come quel progetto personale che il giovane elabora e cerca di realizzare man mano che “cresce”, progetto condizionato (ossia: facilitato/ostacolato) dalle strutture sociali (le politiche di welfare state, la configurazione della famiglia e i rapporti in seno a questa, la distribuzione delle risorse, etc.) e da quelle culturali»

 

Dare ali ai giovani

Se è vero che in questa epoca del postmoderno tutti i grandi ideali hanno perduto le maiuscole, per cui non si parla più di Patria, di Pace, di Amore, di Religione, ma più dimessamente, di patria, di pace, di amore, di religione, relativizzando e facendo rifluire nel privato le grandi mete verso cui orientarsi, resta tuttavia nei giovani la nostalgia di grandi scopi a cui consegnare la propria esistenza.

Molti di noi, genitori e insegnanti a contatto ogni giorno con i giovani, rifiutiamo, credo giustamente, il ricorso alle esortazioni retoriche proprie di una certa pratica educativa del passato, temiamo le ideologie e gli integralismi e piuttosto di servirci di vuote parole, preferiamo restare in silenzio di fronte ai giovani che pure ci chiedono indicazioni e suggerimenti. Quando il silenzio della parola si accompagna, però, a una pretesa neutralità nelle scelte e a un relativismo molto vicino al qualunquismo o all’indifferenza, quando niente sembra suscitare la nostra passione o la nostra ira, allora la nostra opera educativa fallisce, perché spegniamo in qualche modo nei giovani il senso del futuro e della speranza e lasciamo affogare i loro interrogativi nel piatto buon senso del quotidiano.

Pronti a contestare qualsiasi affermazione autoritaria, i giovani sono altrettanto desiderosi di cogliere sulle labbra di chi si pone in atteggiamento di ascolto e di dialogo nei loro riguardi la conferma che vale la pena di vivere, impegnandosi fino in fondo, amando e costruendo.

 

3. L’adulto è una persona in evoluzione

 

Pensare all’adulto come a qualcuno che ha raggiunto stabilmente i suoi obiettivi e che ora deve solo mantenerli è irrealistico soprattutto in una società “liquida” (Baumann) come l’attuale dove tutto è in continuo cambiamento. Già Edgar Morin (1999) poneva tra gli obiettivi irrinunciabili quello dell’educare a un pensiero complesso e flessibile, capace di accogliere le sollecitazioni di un contesto sociale sempre più vasto e mobile e di gestirle. Così l’adulto è messo sempre di nuovo alla prova da un mondo che cambia ad una velocità vertiginosa e che a volte sembra sradicare valori secolari e modificare scenari dati come definitivi.

Non solo nella vita sociale, ma anche nel privato l’adulto si trova a fronteggiare dei cambiamenti. Così nella vita di relazione egli può sperimentare la fluidità dei legami: separazioni e divorzi, convivenze e famiglia allargate richiedono aggiustamenti e, spesso, ricominciamenti, che possono mettere in crisi la comprensione di sé e del proprio ruolo. 

Tuttavia per molti adulti, la presa di coscienza di essere costantemente in movimento diventa motivo di rinnovamento e di crescita. Così essi riscoprono, pur nella fatica, una vitalità di pensiero e di affetti, una giovinezza che non s’identifica con un superficiale giovanilismo (i tardo adolescenti di 50 anni!), ma è piuttosto capacità di vivere la vita con intensità e passione  e di rispondere alle sfide dell’esistenza con responsabilità e creatività. 

Affermava Duccio Demetrio, docente di Formazione degli Adulti all’Università degli Studi di Milano, in un intervento tenuto al Convegno Nazionale dei Direttori degli Uffici Catechistici Italiani: «Non si “matura” mai definitivamente. A meno che non si decida di fermare il desiderio di vivere. Se accadesse, si compierebbe il nostro cammino, ci staccheremmo dal ramo. Sfatti più che sazi, poiché vivere non dovrebbe saziarci mai». 

 

 Le caratteristiche dell’identità adulta

L’autore della ricerca che abbiamo citato avanza una riflessione sull’identità adulta come specifica relazione sociale caratterizzata da quattro componenti:

  1. Responsabilità nelle relazioni
  2. Disponibilità di mezzi
  3.  Autodeterminazione 
  4. Cura della generazione

L’ultima caratteristica diventa il principio organizzatore di tutte le altre se la intendiamo nella prospettiva di E.Erikson secondo cui «la nuova ‘virtù’ emergente (…), la Cura, è una forma di impegno in costante espansione che si esprime nel prendersi cura delle persone, dei prodotti e delle idee che ci siamo impegnati di curare. Tutte le forze che dai primi sviluppi dell’ordine ascendente che va dall’infanzia alla giovinezza (speranza e volontà, finalità e competenza, fedeltà e amore) vengono alla luce, si dimostrano ora e ad un esame più attento come elementi essenziali alla realizzazione del compito generazionale: quello di sapere accrescere la forza nella nuova generazione. Questo è, in effetti, il ‘negozio’ della vita».

 

Franza Feliziani Kenneiser