• 20/11/2019
ERMES EDUCATION

Capire il cambiamento

Rivista di Pedagogia Ermeneutica Esistenziale
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Decifrare inedite fragilità

Oggi si afferma un paradosso che disorienta e illude il cittadino contemporaneo: pur avendo a disposizioni, come mai prima nella storia, strumenti per vivere al riparo e senza paure, l’essere umano si ritrova ad affrontare inedite fragilità, che per quanto si provi ad arginare, non possono essere contenute e sono fatte di altre povertà, di precarietà, instabilità, di disuguaglianza e di emarginazione, sintomi che evidenziano anche una nuova vulnerabilità, individuale e sociale. Decifrare quanto stiamo vivendo appare cosa molto difficoltosa. Sembra che ci muoviamo nell’epoca dell’indecifrabile. Il sociologo tedesco Ulrick Beck ha utilizzato il termine “metamorfosi” per definire quanto stiamo vivendo. Un movimento culturale che non sappiamo dove ci porterà, se alla salvezza oppure alla distruzione (Metamorfosi). Come d’improvviso siamo scaraventati in un clima a tinte opache, dall’incomprensibile moto, dove l’umano avverte la pressione di un tempo complesso che ha visto frantumare tutte le risposte certe che la storia passata aveva dato. Un periodo in cui continuamente l’umano si chiede come abitare nella cornice dell’attuale senza cedere alla sfiducia e alla semplificazione culturale che pare sempre di più prendere il sopravvento. Infatti siamo tutti alla ricerca del modo migliore per fare fronte alle conseguenze che questa inedita situazione può avere per la nostra esistenza, i nostri figli e il futuro del mondo. Una preoccupazione legittima, dinanzi alla quale più di qualcuno ha cominciato a guardare all’indietro, come ha scritto Zygmunt Bauman nel suo libro postumo Retrotopia. Sintomo di una nostalgia mai sopita, di ciò che è stato, rimpianto di un passato in cui ci si percepiva sicuri, uniti e stabili, dove si affermavano spinte a chiudersi nel proprio piccolo mondo, e tutto era facilmente comprensibile, leggibile ed ospitale.

 

Le conseguenze della crisi di sistema

Il cittadino globale e particolarmente l’inquilino europeo ed occidentale faticano ad affrontare una crisi di sistema che ha visto dissolvere tutti i punti di riferimento, come ha puntualmente evidenziato l’analisi del sociologo Zygmunt Bauman, garanzia di una prospettiva di vita che, nonostante le possibili fatiche e difficoltà del vivere, manteneva un valido senso di appartenenza e una chiara identità, soprattutto apriva ad un futuro carico di promesse. Con la caduta delle ideologie, delle grandi narrazioni e l’avanzata di un capitalismo finanziario selvaggio sono stati messi in discussione lo stesso vivere quotidiano del cittadino globale e le istituzioni democratiche, in particolare la politica e l’economia, oggi sempre più incapaci di gestire il reale sviluppo delle persone e garantire il bene comune. Basta pensare alla massa di nuovi poveri che non trovano ascolto, i senza fissa dimora, i giovani che non trovano lavoro, gli immigrati, le persone sole e abbandonate, gli anziani e i bambini, così come l’acuirsi della questione ecologica. Inoltre si manifesta una nuova fragilità morale, quella che nasce dalla debolezza della volontà nel rimanere ferma, coerente alle proprie scelte o ai propri principi e valori. Così come le nuove fragilità spirituali, quelle che si manifestano quando si avverte un senso di vuoto e di inutilità, di smarrimento della propria identità, dei valori di riferimento e la perdita del significato del vivere. Accanto alle quali si uniscono anche le fragilità religiose, che si presentano quando il rapporto con il divino subisce battute di arresto e tradimenti, oppure quando tale rapporto si costruisce su un’idea equivoca se non addirittura deviata di Dio, che lo crede violento, giudice punitore e giustiziere, contro l’uomo e tutto ciò che lo riguarda.

 

Fragilità e paura

a fragilità è di grande attualità. Oggi molti studiosi registrano una rivincita della fragilità. Certamente non da intendere come la giustificazione delle responsabilità che abbiamo di fronte alla storia, o il paravento delle proprie incapacità, per cui meglio rassegnarsi e accettare passivamente le cose come stanno, bensì come nuovo paradigma che può insegnarci qualcosa di importante e di salvifico. Alda Merini nelle sue poesie ha scritto che la fragilità mette a nudo l’essere umano nella sua interezza e scardina tutte le convenzioni culturali e strutturali che l’uomo si è dato nel tempo e spesso ha relegato il suo fratello fragile in ghetti che lo tenevano lontano dalla persone considerate sane. Il tema della fragilità è particolarmente urgente per noi che ci troviamo a fare i conti con nuove e paralizzanti paure che non ci permettono di essere veramente noi stessi, aperti all’altro, organizzare la costruzione di un futuro buono. Paure che ci rendono più insicuri e per cui alla continua ricerca di armature forti. Difatti oggi si afferma un’idea di uomo riuscito che viene coniugato con il verbo “potere”, quale sinonimo di forza, di dominio, di perfezione, di inappuntabilità e inespugnabilità, che poi nella pratica si traduce nell’esasperazione della sindrome di prestazione e competizione, ed un agire pragmatico e dai tratti cinici, che in realtà evidenzia una debolezza individuale e sociale che spaventa e intimorisce, e crea nuove dipendenze e prigionie. Per questo ai annota la crescita di atti di prepotenza che mentre tendono ad affermare la propria forza in realtà coprono l’evidenza di una più grave e insopportabile debolezza umana.

 

L’ermeneutica esistenziale della fragilità

n un tale contesto ritornare sul tema della fragilità e leggerlo dal punto di vista dell’ermeneutica esistenziale consente non soltanto di individuare a riconoscere la dimensione più profonda dell’umano, ma soprattutto smaschera l’illusione di essere invincibili e inappuntabili, ci aiuta a comprendere chi siamo realmente e a ricomprendere il nostro posto nel mondo. Una prospettiva che rimette la persona al centro liberandola da qualsiasi deriva ideologica e promuove un processo di conoscenze e di pratiche che offre all’esistenza un significato valido. Un approccio che si serve della fenomenologia di matrice husserliana, la quale osserva i puri fenomeni che si offrono alla conoscenza, tratte dal vissuto dell’essere umano, con tutte le contraddizioni e le difficoltà che si trova a vivere nel qui e ora della storia, per portarli poi al pensiero ed alla coscienza, dove si esercita la facoltà di conferire un senso alle evidenze. In tale orizzonte l’ermeneutica esistenziale, in quanto arte dell’interpretazione che consente di andare dai fatti ai loro significati, si mette al servizio di un respiro di senso ampio, quale comprensione del proprio destino, di una verità per sé, di trovare l’idea significativa per cui vivere. Questo ci permette anche di compiere un’opera di trasparenza e iniziare a vedere le cose dalla prospettiva della realtà, dalla concretezza della vita e non dai puri principi calati dall’alto. Principalmente consente di scoprire che proprio nella fragilità si nascondono delle opportunità per costruire un mondo più vero, più giusto e più buono, orientato verso la speranza della fraternità e non della disperazione dell’individualismo, dell’egoismo e dell’indifferenza che esclude, discrimina e uccide. Come quella di scoprirci semplicemente degli esseri umani, fatti di «miseria e grandezza» come ebbe a dire il pensatore Blaise Pascal (Pensieri). Riprendere il tema della fragilità è un’opera di trasparenza che provoca anche ri-comprensione della rivelazione biblica di un Dio che nell’incarnazione del Figlio non soltanto ha scelto ma ha assunto la fragilità quale luogo per rivelarsi al mondo. Una logica da non leggere secondo un riduzionismo sociologico ma come categoria teologica. In quanto luogo in cui Dio ha deciso farsi conoscere al mondo ed ha abbracciato l’umano tutto intero. Tale scelta se accolta senza accomodamenti ha delle ricadute pastorali ed ecclesiali innovative: come prima cosa ci spinge a vedere le cose dalla prospettiva opposta di come guarda l’attuale società, come più volte ha suggerito papa Francesco: bisogna iniziare ad osservare, riflettere e decidere dalla periferia verso il centro, dai confini al centro, dalle sedi della povertà ai palazzi del potere. In altre parole, dal punto di osservazione di ciò che può rompersi e necessita di essere trattato con cura. Inoltre ci permette di poter scoprire che nella fragilità si nascondono delle opportunità nuove per un mondo più vero, più giusto e più buono, orientato verso la speranza della fraternità e non della disperazione dell’individualismo, dell’egoismo e dell’indifferenza che discrimina e uccide.

 

Abitare la fragilità

Certamente qualcuno potrebbe dire che la fragilità fa parte della vita e saremo sempre chiamati a fare i conti con le nostre debolezze e la provvisorietà dell’esistere. Per cui non serve riflettere e agitarsi su questo aspetto dell’esistenza, perché la fragilità c’è sempre stata è sempre ci sarà, meglio puntare sulla nostra forza e sull’idea di invincibilità. Ma è proprio così? Siamo proprio sicuri che la prospettiva dell’insuperabilità e dell’inespugnabilità ci rende più forti? Ci garantisce una vita più felice e al riparo dalle ferite? O piuttosto la fragilità è il vero punto di forza dell’essere umano? Il luogo da cui ripartire per immaginare e costruire una nuova società, un’economia dal volto umano ed una politica a servizio del bene comune? L’umano in quanto essere aperto, come insegnava il teologo Romano Guardini, è chiamato ad abitare le fragilità con intelligenza e responsabilità. Quale azione più appropriata e confacente per un’esistenza autenticamente umana e cristiana, in quanto promuove l’atteggiamento del prendersi cura della vita in tutti i suoi ambiti, di sé stessi, dell’altro e del creato. L’abitare come affermava il filosofo esistenzialista tedesco del secolo scorso Martin Heidegger è: «il modo in cui i mortali sono sulla terra […]» nel senso di «Costruire e il coltivare ciò che cresce». Il filosofo ebreo Martin Buber utilizza il termine tedesco “existieren”, per indicare l’esistenza autentica e piena che trova il suo centro fuori di sé, nell’essere per l’altro, in contrapposizione alla “vorhandensein”, all’esistenza che invece sottomette tutto all’arbitrio dell’io. Una distinzione che evidenzia la responsabilità di abitare il mondo e la storia, attivamente, animati dalla giustizia e dal bene, in relazione agli altri e per gli altri (La vita come dialogo). Il luogo dove l’individuo percepisce, manifesta e conosce il suo essere più profondo e si proietta verso il suo compimento. Ma questa è un arte da imparare continuamente. Per questo ancora Heidegger afferma che: «[…] i mortali sono sempre ancora in cerca dell’essenza dell’abitare, che essi devono anzitutto imparare ad abitare» (Costruire, abitare, pensare). Ogni tempo richiede di ripensare l’abitare la propria storia. Infatti oggi si è imposto un modo di abitare le città ed il mondo, sganciato da quelle relazioni umanizzanti, che garantivano di non sentirsi soli e schiacciati dalla propria condizione di debolezza. Per cui è necessario ricomprendere cosa significa abitare, di coglierne l’essenza e reimparare ad abitare il presente. Ciò richiama un altro atteggiamento che l’uomo e la donna contemporanei devono fare proprio, il comprendere. Il maggiore esponente dell’ermeneutica esistenzialista Hans-Gerg Gadamer ha evidenziato che «Il comprendere è l’originario modo di attuarsi dell’esserci, che è l’essere nel mondo […] il comprendere è il modo di essere dell’esserci in quanto poter-essere e possibilità» (Verità e metodo).

 

Esserci come protagonisti

In questo panorama il comprendere diviene la risposta dell’essere all’esserci nella storia, non in quanto spettatori bensì come protagonisti, aperti al poter-essere e alla possibilità dell’essere nel mondo attivamente. Per cui assumere la categoria dell’abitare dunque non è soltanto l’esigenza di una garanzia per sopravvivere nel contesto in cui ci troviamo ad essere, alquanto confuso, ma piuttosto promuove una visione sapiente dell’esistenza, quale principio ermeneutico per ripensare, riorganizzare e ricostruire un tessuto sociale dal respiro più umano. Soprattutto consente di vivere i fatti in una dimensione di senso che diviene comprensione del proprio destino, di «una verità per sé» come sosteneva il filosofo e teologo danese Kierkegaard, ovvero di trovare quell’idea significativa per cui «vivere e morire» (Diario). Risulta chiaro, dunque che, l’abitare è legato alla relazione con l’ambiente circostante, con le cose e le persone, non come un impossessarsi anonimamente di uno spazio circoscritto, occupando un posto, ma nel significato suo più vero di avere consuetudine e abitudine, quale atteggiamento di responsabilità e familiarità con il luogo, gli uomini e le donne che vi abitano a loro volta e con i quali condivide il comune destino. L’abitare richiama la casa, l’ambiente dell’intimità, in cui ritirarsi e raccogliersi, come descritto dal filosofo Emmanuel Lévinas, dove trovare il tempo per ristorarsi, ripararsi e riposarsi, rilassarsi e ritemprarsi, per poi ripartire nuovamente verso l’esterno: esattamente il ruolo della casa non consiste nel fine dell’attività umana, ma nell’esserne la condizione per raggiungere il fine e dunque l’inizio dell’agire e dello stesso essere (Totalità e infinito). L’abitare nel significato più ampio, quindi, si riferisce allo stare in un luogo pubblico, precisamente nell’agire in rapporto alla vita sociale, in un determinato contesto, con il quale si ha consuetudine. Per cui richiama il legame tra la propria casa e la strada, il luogo dove comincia l’attività umana. Senza per questo rinchiudersi tra le mura domestiche, cosa che spesso oggi accade, dove la casa è divenuta sinonimo della tana dove nascondersi, lo spazio privato dove i comportamenti si chiudono totalmente all’esterno. L’abitare infatti, contrariamente a quanto si pensa non conduce a vivere rintanati nel proprio nido, anche se evidentemente contiene e necessita in parte di tale dimensione dell’esistere, ma principalmente esprime l’apertura della persona, la sua stessa identità e appartenenza, da quelle più affettive e familiari, fino ad arrivare a quelle sociali, professionali e culturali.Quale compagnia che spezza lo stesso pane, fatto di fatiche e di gratificazioni, di miseria e di grandezza, esposti sulla stessa strada correndo continuamente il rischio di essere feriti, partecipi di un unico cammino. Per cui l’abitare è il permanere, un dimorare, ossia uno stare nel mondo, non astrattamente, ma concretamente, con la testa e con il cuore, con le mani e con i piedi, un esserci moralmente e responsabilmente riparando gli uni gli altri le proprie fragilità. Un vivere positivamente il luogo dove ci si trova, aprendosi alla relazione con la storia e le persone che ci vengono incontro, soprattutto con chi si trova in condizioni di debolezza e vulnerabilità. Da ciò nasce l’organizzazione della città, la politica, la scuola, la costituzione della famiglia, l’arte del lavoro, l’invenzione della techne e dell’oikonomia, quali strumenti dell’ingegno umano e mezzi per comprendere, vivere ed abitare attivamente sulla terra, amministrare e addomesticare l’ambiente dove si vive, renderlo ospitale e carico di significato.

 

La civiltà dell’amore

In tale prospettiva la fragilità non è da intendersi come una disfunzione che diminuisce l’essere e le sue capacità, ma in quanto figlia di questo incontro-scontro con la realtà dove si abita, il luogo in cui si viene dati e ci si percepisce senza tutele, dove si forma il carattere e si plasma la propria identità, ma anche il luogo dove si manifesta più chiaramente l’esposizione all’altro e la caducità dell’esistenza nel suo duplice aspetto: da una parte perché non siamo i padroni della nostra vita, durante il cammino dell’esistenza si apprende che è stato qualcun altro che ci ha donato l’essere, e dall’altro perché il nostro corpo e la nostra psiche possono deperire fino a morire. Allo stesso modo però la fragilità afferma un’esperienza capace di condurre la persona a sé stessa, al suo valore più autentico, alla parte più vera di sé e ritrovarsi in un maniera del tutto nuova e più sincera, senza artificiali infingimenti. In tale senso la fragilità come ha sostenuto lo psichiatra italiano Vittorino Andreoli «ha il potere di rifare l’uomo» nel senso di accoglierlo e ripararlo nelle sue debolezze e riscrivere una nuova pagina di umanità, secondo anche quella prospettiva molto cara a san Paolo VI, ossia la «civiltà dell’amore».

 

La speranza come apertura all’inedito

Soltanto quando l’umano si riesce a riconciliare con la propria fragilità può ricomprendere più profondamente sé stesso, non soccombere all’idea di bastare a sé stesso e non cedere alla paura, all’illusione di una vita chiusa e autoreferenziale che molto spesso conduce alla solitudine. Così come non lasciarsi plagiare da quella volontà di potenza che si configura nell’uomo forte a tutti i costi. Abitare il presente dalla prospettiva della fragilità significa organizzare una società più umana e per questo umanizzante. La paura infatti è esattamente quell’emozione primaria di difesa che si innesca quando ci sentiamo minacciati e messi in pericolo da qualcosa, di reale o di immaginario, che in qualche modo rompe la fiducia, e mette a nudo la nostra condizione di vulnerabilità e fragilità originaria. Nelle paure che quotidianamente ci accompagnano, precisamente, si avverte la sensazione di esposizione della precarietà della nostra esistenza. Così ci sentiamo insicuri, angosciati e ansiosi perché non riusciamo più a percepirci capaci di gestire e padroneggiare l’incertezza esistenziale, ovvero il terreno su cui si poggiano le prospettive di vita. Le paure quando vengono portate alla luce acquistano una fisionomia, il volto più vero dell’umano. Spesso dischiudono cammini e disvelano risorse che non si immaginava di possedere. Le paure pertanto non sono soltanto dei buchi neri dove essere risucchiati, ma conducono misteriosamente un arcano respiro di vita e ad una rinnovata fiducia. Il coraggio nasce invece dalla capacità del cuore di non fuggire le paure che soffocano la vita, ma di agire e affrontare le incertezze e le minacce che subisce. Solo guardando le paure che assalgono l’esistenza si può trovare la forza di attraversarle, anche se sono motivo di angoscia e di conflitto, e trovare infine il coraggio di non lasciarsi andare all’abbattimento, alla disperazione e alla tristezza. Qui entra in gioco la speranza, la grande, la speranza affidabile, come ha affermata papa Benedetto XVI nell’interessante Enciclica Spe Salvi, quella che sostiene e rende sopportabile la vita umana. La speranza cristiana, quella che non soltanto rende il tempo memoria e nostalgia del già stato ma anche apertura all’inedito. Eppure la speranza è una virtù oramai dimenticata, nonostante resti la disposizione intima alla paura capace di dare fiducia e gettarsi in avanti coraggiosamente verso il futuro. La fiducia è la forza che, come ha affermato il filosofo Salvatore Natoli, permette di abitare attivamente il presente in vista del mantenimento e del rafforzamento dei beni futuri e dello stesso futuro del bene (Fiducia).