• Italia, Roma
  • 20/07/2019
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Amitai Etziani, 87 anni, è un sociologo israelo-americano noto per i suoi lavori sulla socioeconomia e il comunitarismo. Dirige l’Institute for Communitarian Policy Studies alla George Washington University. Pubblichiamo un estratto del suo articolo Il collasso del lavoro e la via verso la Nuova Atene uscito sulla rivista Challenge.

La recente e prevista perdita di posti di lavoro e il cambiamento nella natura di molti di quelli disponibili, nonché il rallentamento economico (e la crescente diseguaglianza), sono tutti fattori importanti nella crescita dell’alienazione politica e di una varietà di atteggiamenti destrorsi, ivi compresi xenofobia, razzismo, antisemitismo e sostegno a partiti e politici radicali di destra. Lo stesso sviluppo è spesso collegato a un’onda populista. Da qui la domanda se sia possibile identificare altre fonti di gratificazione rispetto a quelle ottenute grazie al lavoro per chi abbia raggiunto un livello di reddito tale da garantire il soddisfacimento dei bisogni «di base», ma poco di più. Si possono creare altre fonti di legittimazione che non si basino su un tenore di vita in continua crescita?

Un passo verso lo sviluppo di una prospettiva diversa sulle proprie condizioni economiche è fornire dati che indichino con forza come una volta raggiunto un certo livello di reddito, ulteriori introiti (e da qui la capacità di spesa e consumo) aggiungano poco al grado di appagamento. I risultati delle scienze sociali (che non vanno tutti nella stessa direzione e hanno altri ben noti limiti) nel complesso sembrano rinforzare la nozione che un reddito più elevato non aumenti in modo significativo la soddisfazione della gente, con l’importante eccezione dei poveri.

Nella ricerca di alternative al benessere portato dalla crescita economica e lavorativa, si osserva che in tutta la storia umana ci sono state molte culture e fonti di appagamento che hanno rifuggito il consumismo e misurato la qualità della vita in base ad altri valori fondamentali. […] Per sapere quando il reddito può essere limitato senza frustrare i bisogni umani fondamentali, ci viene in soccorso Abraham Maslow, suggerendo che gli umani hanno una gerarchia di bisogni. Ci sono le necessità di base; una volta soddisfatte queste, seguono l’affetto e l’autostima, e finalmente possiamo raggiungere l’apice della soddisfazione umana, grazie a ciò che lui chiama «autorealizzazione». Ne consegue che finché l’acquisizione e il consumo di beni soddisfano le necessità di base – sicurezza, rifugio, cibo, abbigliamento, assistenza sanitaria e istruzione – l’aumento della ricchezza contribuisce all’autentico benessere. Tuttavia, una volta che il consumo viene utilizzato per soddisfare i bisogni più elevati, si trasforma in consumismo e il consumismo diventa una malattia sociale. […]

Maslow non suggerisce una vita austera di stenti e mortificazione o di fare della povertà una virtù. Piuttosto, sostiene che sia pienamente legittimo avere le risorse materiali necessarie per garantire le esigenze di base. Tuttavia, il consumo si trasforma in un’ossessione quando – soddisfatte le necessità primarie – le persone usano questi mezzi per cercare di comprare affetto, stima e anche autorealizzazione. Non occorre lavorare molto per guadagnare quello che serve per soddisfare i bisogni di base se questi sono ciò che a una persona serve per essere ben nutrita, vestita, alloggiata e sicura – ma non per acquistare beni che indicano il raggiungimento di uno status.

Quindi si possono trovare cose che danno soddisfazione e significato alla vita diverse dai beni materiali.
Le culture che attribuiscono grande valore alle seguenti attività e scopi qui sono definite «comunitarie» perché ogni attività implica la formazione e il nutrimento di legami di affinità con gli altri e il servizio al bene comune. Il termine «postmoderno» è usato perché il riferimento non è alle comunità precedenti che spesso erano opprimenti e schiaccianti (quelle che Erving Goffman chiamava le istituzioni totali), ma a quelle nuove e più liberali. Ci sono tre principali fonti di felicità non legata alle cose materiali che assicurano anche una vita che va oltre il sé.

Trascorrere del tempo con altre persone con le quali si condividono legami di affinità – figli, coniugi, amici, membri della propria comunità – rende le persone più felici, come è stato spesso dimostrato. L’approvazione delle persone a cui ci si sente legati è la principale fonte di affetto e stima, ovvero il secondo livello dei bisogni umani secondo Maslow. Tuttavia, un punto importante da non trascurare è che si tratta più di coinvolgimento nelle relazioni che di gratificazione dell’ego. Queste relazioni sono basate sulla mutualità, in cui due persone «danno» a ciascuna e «ricevono» nello stesso atto.
Le persone impegnate in relazioni affettive durature e significative le trovano una fonte importante di arricchimento reciproco, che può essere ottenuta con pochissime spese o costi materiali. Derek Bok scrive che «diversi ricercatori hanno concluso che le relazioni umane e le connessioni di ogni tipo contribuiscono alla felicità più di qualsiasi altra cosa». Per contro, le persone socialmente isolate sono meno felici di chi ha forti relazioni sociali. Secondo uno studio, «Gli adulti che si sentono socialmente isolati sono anche caratterizzati da livelli più elevati di ansia, umore negativo, abbattimento, ostilità, paura di una valutazione negativa e stress percepito, e da indici più bassi di ottimismo, felicità e soddisfazione per la vita».
La ricerca dimostra che le persone sposate sono più felici di quelle sole, divorziate, vedove, separate o conviventi. La presenza di amicizie strette può avere un impatto quasi altrettanto forte sulla felicità di un matrimonio riuscito.
I ricercatori che hanno esaminato l’effetto del coinvolgimento in una comunità (invece della mera socializzazione con gli amici o la famiglia) hanno parimenti trovato una forte correlazione con la felicità. Uno studio, che ha valutato i dati di sondaggi svolti in quarantanove paesi, ha rilevato che l’appartenenza a un’organizzazione ha una significativa correlazione positiva con la felicità. Osserva Bok: «Alcuni ricercatori hanno scoperto che semplicemente frequentare le riunioni mensili di un club o fare volontariato una volta al mese induce a un incremento nel benessere equivalente a un raddoppio delle entrate». Altri studi hanno scoperto che le persone che dedicano considerevoli quantità di tempo al volontariato sono più soddisfatte della propria vita. […]

Numerose prove indicano inoltre che le persone che si considerano religiose, esprimono una fede in Dio o frequentano regolarmente i servizi religiosi sono più soddisfatte di quelle che non lo fanno. Secondo uno studio, dirsi d’accordo con la frase «Dio è importante nella mia vita» vale 3,5 punti in più su una scala di felicità di 100 punti. (Per fare un confronto, la disoccupazione è associata a un calo di 6 punti sulla stessa scala). Altri studi dimostrano che gli americani con una profonda fede religiosa sono più sani, vivono più a lungo e hanno tassi più bassi di divorzio, crimine e suicidio.
Ci sono poche ricerche sulle attività spirituali diverse da quelle religiose. Tuttavia, quelle esistenti indicano come la partecipazione ad attività che hanno un significato profondo per l’individuo sia associata alla felicità. Ad esempio, due studi che hanno esaminato gruppi che hanno scelto di cambiare il proprio stile di vita per seguire valori personali come «compatibilità ambientale» e «volontaria semplicità» hanno riscontrato come entrambi abbiano sperimentato livelli più elevati di benessere. Il volontariato e l’azione politica, che sono intrinsecamente attività comunitarie, forniscono anche fonti di soddisfazione non consumistica.
Quindi, immaginiamo un mondo in cui tutta la popolazione – e non solo una minoranza – viva come gli uomini liberi ad Atene, mentre i robot svolgono il ruolo della classe operaia. Karl Marx, che scriveva in un momento storico in cui le ore lavorative erano in media molto più lunghe di oggi, sognava che la società potesse produrre in 6 ore il surplus necessario, anche più di adesso in 12; e allora tutti avranno 6 ore di tempo a disposizione, «la vera ricchezza».
Grazie all’evoluzione della tecnologia dai tempi di Marx, è probabile che la giornata lavorativa potrà essere di nuovo ridotta della metà e che tutti possano avere ancora più tempo libero – la «vera ricchezza» – per creare legami di affinità, essere coinvolti nelle loro comunità e trovare appagamento nelle attività spirituali.

Lavorare meno per essere più felici, di Amitai Etzioni, in “La Stampa” del 15 febbraio 2018, Traduzione di Carla Reschia

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