• Italia, Roma
  • 17/07/2019
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Nell’approssimarsi della Pasqua vorrei provare a presentare il significato che essa ha agli occhi della fede, per l’interesse o anche la semplice curiosità di tutti, credenti e non credenti. Le Scritture Sacre della tradizione ebraico-cristiana attestano che il Creatore e Signore dell’universo ha parlato agli uomini in diversi modi, dalla silenziosa scrittura dei cieli alla ricchezza e complessità delle forme viventi, fino all’immagine e somiglianza divina, che è l’uomo stesso, creatura culmine di tutto il creato.

La forma per eccellenza dell’auto-comunicazione dell’Eterno, però, è secondo la Bibbia la Parola, indicata dall’ebraico col termine “dabar”, capace di evocare inseparabilmente il contenuto noetico e l’evento vitale che essa stessa produce. Per la fede cristiana, la Parola dell’Eterno si è fatta carne: il Verbo ha messo la sua tenda in mezzo a noi! Eppure, al vertice della Sua missione, questa stessa Parola tace: sulla croce Dio parla nel silenzio della finitudine umana, che è diventata Sua per amore nostro, esperienza dell’Amato consegnato per noi alla morte, perché potessimo saperci amati per sempre.

L’eloquenza silenziosa della Croce rimanda così al mistero nascosto nelle tenebre del Venerdì Santo: il dolore di Dio e l’amore infinito che lo motiva. Il Dio cristiano soffre perché ama e ama in quanto soffre. È il Dio “compassionato”, il Dio per noi, che si dona fino al punto di uscire totalmente da sé nell’alienazione della morte, per accoglierci in sé nel dono della vita. Sulla croce il Figlio è entrato nella “fine” dell’uomo, nell’abisso della sua povertà, della sua tristezza, della sua solitudine, della sua oscurità. E lì, bevendo l’amaro calice, ha fatto fino in fondo l’esperienza della nostra condizione umana: alla scuola del dolore è diventato uomo fino in fondo, affinché nessuna creatura umana potesse più sentirsi abbandonata da Lui nell’abisso della fragilità, della povertà, del peso del peccato, dell’ora della morte. Il Figlio di Dio ha abitato la nostra morte perché noi sapessimo che sarà la forza del Suo amore a superarne la vittoria e a donarci la vita, e il nostro dolore, fatto proprio da Lui Crocifisso, potrà convertirsi in via di purificazione, cammino di liberazione dal male, anticipo e promessa di gloria futura.
Per la fede dei cristiani il frutto dell’albero amaro della croce è, dunque, la gioiosa notizia di Pasqua: il giorno in cui Dio è morto cede il posto al giorno del Dio che vive in eterno. Il Consolatore del Crocifisso viene effuso su ogni carne per essere il Consolatore di tutti i crocefissi della storia e per rivelare nell’umiltà e nell’ignominia della croce, di tutte le croci della storia, la presenza corroborante e trasformante del Dio vivente. La “parola della croce” (1Cor 1,18) mostra che è nella povertà, nella debolezza, nel dolore e nella riprovazione del mondo che troveremo Dio: non gli splendori delle perfezioni terrene, ma proprio il loro contrario, la piccolezza e l’ignominia, diventano il luogo della Sua presenza fra noi, lì dove Egli parla al cuore umile che voglia accoglierlo. La perfezione del Dio cristiano si manifesta nelle imperfezioni, che per amore nostro egli assume: la finitudine del patire, la lacerazione del morire, la debolezza della povertà, la fatica e l’oscurità del domani, sono i luoghi dove egli mostra il suo amore, perfetto fino alla consumazione totale del dono.
È in queste “imperfezioni”, in questa “umiltà” divina – di cui parla San Francesco nelle Lodi del Dio altissimo – che risuona l’esclamazione che sigilla l’evento della croce: “Tutto è compiuto!” (Gv 19,30). Essa sta a dire che ormai nella vita di ogni uomo diventa possibile aprirsi al Dio presente, che si offre con noi e per noi, per trasformare il dolore in amore, il soffrire in offrire, il giorno che passa in anticipo d’eterno. È questa la Pasqua che chi crede sa di doversi augurare e di augurare agli altri: la scoperta dell’essere amati da un amore antico, fedele e sempre nuovo, capace di dare luce e senso all’umiltà dei giorni, nella verità del cuore che si apra all’azione del Dio tre volte Santo. Testimonia l’esperienza di questo amore una preghiera anonima proveniente dalla Spagna del XVI secolo, da alcuni attribuita a San Juan de Avila:

«Non mi spinge ad amarTi, mio Dio,
il cielo che mi hai promesso,
né mi muove l’inferno sì temuto
a cessare d’offenderTi.
Sei Tu ad attrarmi, Signore:
mi muovono il vederTi inchiodato alla croce,
il Tuo corpo ferito,
le offese che patisci e la Tua morte.
Mi muove infine il Tuo amore
center;”>sì che, se non ci fosse il cielo, io T’amerei
e se non ci fosse l’inferno, Ti temerei ugualmente.
Non devi darmi nulla perché T’ami,
poiché se anche non sperassi quel che spero
lo stesso T’amerei come Ti amo».

Pasqua è la storia di questo amore crocifisso e risorto e la possibilità offerta a chiunque lo voglia di farne esperienza nel tempo e per l’eternità. L’augurio pasquale, nel suo senso teologico più profondo, non è allora altro che l’augurio di questa esperienza. Buon cammino pasquale, a tutti e a ciascuno!

Arcivescovo di Chieti-Vasto

in “Il Sole 24 Ore” del 20 marzo 2016

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